IL VIAGGIO DI ‘VEDERE VOCI’ 2014 – 2018

Dall’infanzia, un filo rosso mi lega al mondo della sordità.  Alla fine degli anni ’60, quando avevo circa 5 anni ricordo che una sorella della mia nonna materna ci veniva a trovare ogni tanto da Roma. Parlava in un modo strano, gutturale e nonostante faticasse parecchio a comunicare, lo faceva con fervore e sempre con il sorriso. In particolare si intratteneva con me quando disegnavo e mi incoraggiava a farlo, dicendomi che per farmi capire da lei dovevo parlare lentamente, guardandola sempre negli occhi: lei leggeva il mio labiale. Non potrò mai dimenticare quella prozia diventata sorda da piccola a causa di una malattia. Nel 2005, la scuola ‘Figlie della Provvidenza’ di S.Croce di Carpi (1) mi contattò per organizzare un laboratorio artistico-espressivo  per i bambini sordi frequentanti. Fu lì, che per la prima volta, vidi questi bimbi gesticolare tra loro con le mani, in un crescendo che attirò subito la mia attenzione. Molta acqua sotto i ponti era passata dai tempi della prozia. Vedere i sordi parlare la LIS, cioè la Lingua dei Segni Italiana è un’esperienza coinvolgente anche solo come spettatore, perché questa comunicazione investe l’intero corpo e la gamma delle espressioni facciali, in un continuum che sembra a tratti una danza, una pantomima. La scuola Figlie della Provvidenza per quanto riguarda l’apprendimento dei sordi ha una tradizione oralista, il che significa che l’obiettivo finale è quello di insegnar loro parlare e comunicare con la voce in lingua Italiana. A livello pratico, questo obiettivo specialmente per i sordi pre-linguistici (cioè i sordi dalla nascita o divenuti tali in tenerissima età) significa fare ore ed ore di logopedia ed esercizi di fonetica per imparare a dire correttamente le parole e ad usarle. Ciò è molto faticoso per i bambini e per ottenere risultati significativi che, con questo metodo alla lunga senz’altro si ottengono, è spesso necessario un rapporto insegnante / studente uno a uno. Un po’ meglio le cose vanno per quelle persone che  diventano sorde dopo aver già imparato a parlare, infine ci possono essere differenze di apprendimento relativamente ai livelli di sordità. Resta il fatto che le suore della scuola, come del resto le insegnanti laiche, quando parlano con i bambini fuori dalle aule scolastiche,  fanno largo uso dell’italiano segnato o usano la LIS, perché comunicare così  è molto più rapido ed efficace. Dunque, anche una scuola oralista, di fatto, riconosce l’importanza di una lingua basata sui segni e la utilizza. La questione resta aperta sulle modalità di approccio. In particolare la ricerca scientifica contemporanea ha mostrato che l’esposizione dei bambini sordi alla lingua dei segni sin dalla più tenera età permette lo sviluppo della piena competenza linguistica e rende più semplice, più rapida e soprattutto più completa l’acquisizione delle conoscenze e la trasmissione dei contenuti culturali, facilitando il successivo apprendimento della lingua italiana orale e scritta, mentre i fautori dell’oralismo sostengono l’esatto contrario, cioè prima viene l’apprendimento dell’italiano e poi eventualmente la LIS. L’Italia è ancora uno dei pochissimi paesi europei a non avere una legge che riconosca la LIS come lingua a tutti gli effetti.  La LIS  ha una sua grammatica e una sua sintassi proprio come lo ha l’italiano, solo che si tratta della lingua che scaturisce dalla comunità e dalla cultura sorda, dunque si tratta di riconoscere la lingua di una minoranza, con tutto ciò che questo comporta. In realtà, un buon disegno di legge sulla LIS è stato recentemente approvato al Senato il 4 ottobre 2017. I 14 articoli del testo di legge riconoscono e tutelano i diritti delle persone sorde e la libertà di scelta sulle modalità di comunicazione e sui percorsi formativi, promuovono l’inclusione scolastica e lavorativa delle persone sorde, la prevenzione e l’identificazione precoce, la cura della sordità ed infine i servizi di interpretariato della lingua italiana dei segni. Però il testo di legge è fermo alla camera e considerando le lungaggini della politica di casa nostra, temo che ci starà ancora per un bel pò. 

Ma ora veniamo nello specifico al progetto ‘Vedere Voci’ perché dopo quattro anni di attività possiamo fare un bilancio e guardare con nuovi occhi al futuro. Il progetto ‘Vedere Voci’, il cui titolo si ispira all’omonimo libro del neurologo Oliver Sachs (2), nasce nel 2014 a favore dei bambini sordi interni alla scuola, nello specifico per la  fascia di età  6/10 anni. Si tratta di un progetto di MusicArTerapia nella Globalità dei Linguaggi (3) e di Teatro-fiaba con le carte, modalità teatrale specifica, che ho messo a punto a partire dal sociodramma moreniano classico. Quest’anno scolastico 2017/18  tra la materna e la scuola elementare i bambini sordi iscritti erano una trentina, dunque una esigua minoranza della popolazione scolastica, costituita per lo più da bambini udenti. Tra i bambini sordi, la metà ha partecipato al progetto, in particolare tutti i bambini sordi residenti, cioè quelli che si recano a casa solo durante i fine settimana, mentre gli altri posti disponibili sono stati ricoperti, su richiesta, da sordi esterni, cioè da quei bambini che rientrano giornalmente presso le loro famiglie. Dieci bambini avevano frequentato tutti i moduli proposti nei tre anni scorsi, cinque invece sono stati i nuovi inserimenti. Di questi bimbi solo uno ha l’impianto cocleare ed è figlio di udenti, tutti gli altri portano le protesi, essendo figli di genitori sordi, generalmente contrari all’impianto cocleare. Fin dal 2014, nel progetto Vedere Voci, lingua italiana e LIS  sono state entrambe utilizzate da operatori udenti, mentre dal 2016 alcuni operatori udenti sono stati affiancati da operatori sordi segnanti. Ciò ha costituito un gran beneficio per i bambini sia in termini di rispecchiamento positivo in figure adulte sorde con funzioni di insegnamento, sia nel poter constatare da parte loro una collaborazione efficace ed amichevole all’interno dell’équipe mista. In questi anni il progetto, per i bambini e le loro famiglie, è  stato totalmente gratuito. Il primo anno nella sua fase sperimentale, il progetto è stato sponsorizzato dalla scuola, il secondo anno è stato finanziato attraverso una campagna di crowdfunding, il terzo anno i fondi sono stati interamente devoluti dal Leo club Tb 108 giovani, mentre quest’anno il progetto è stato sostenuto dall’ Ente Nazionale Sordi attraverso alcune sedi regionali e dal Rotary Club di Carpi. Infine, negli ultimi due anni ‘Vedere Voci’ ha ottenuto il patrocinio dell’ AIMAT (Associazione Italiana MusicArTerapeuti). Per i bambini sordi, quest’esperienza ha costituito la possibilità di comunicare a tutto tondo e  di imparare  divertendosi, attraverso l’arte e il teatro che, grazie all’uso dei linguaggi non verbali, hanno permesso loro di esprimersi senza fatica e con compiacimento. Comunicazione che sfocia alla fine anche nel linguaggio parlato, in un continuum che parte sempre e comunque dal corpo. Il corpo e la sua espressività è il caposaldo della disciplina della MusicArTerapia nella Globalità dei Linguaggi (GDL) che ha fede nei potenziali umani di tutti gli esseri, in qualunque condizione fisio-psicologica e culturale si trovino. L’arte di vivere  non si impara ma si sa, perché fondata su un’ innata sapienza del corpo che ha scritto dentro di sé le leggi che governano la crescita e lo sviluppo. Questa innata arte di vivere si esprime soprattutto nelle situazioni estreme, dunque a maggior ragione nell’handicap, attraverso delle vere e proprie strategie che si esplicitano nella c.d ‘vicarietà dei sensi’ per cui se manca qualcosa, in questo caso l’udito,  si potenziano altri sensi, come la vista e il linguaggio corporeo. La Globalità dei Linguaggi come disciplina della comunicazione e della  riabilitazione cerca prima di tutto di individuare i canali espressivi preferenziali della persona per poi potenziarli in un clima di valorizzazione. L’approccio sottolinea l’importanza della sinestesia  che permette la trasposizione dei linguaggi e dei sensi l’uno nell’altro. Per la GDL, disegnare, dipingere, manipolare produrre musica, fare teatro è innanzitutto comunicare a tutto campo e tra tutti i campi, per cui un disegno lo si può ballare, oppure un movimento lo si può suonare o colorare, lungo un continuum che permette sempre di integrare ed accomodare la persona all’interno del gruppo. Il teatro-fiaba con le carte è una modalità teatrale su cui sto lavorando da diversi anni e che ha le sue  radici nel sociodramma moreniano classico. Nel teatro-fiaba con le carte non si interpreta una parte come fa l’attore, ma si interpreta, o meglio si improvvisa, se stessi nel gruppo e con il gruppo, in base a temi significativi e partendo come spunto da una fiaba.  L’anno scorso è stato scelto il tema della Tribù, partendo dalla fiaba di ‘Pochaontas’, mentre quest’anno il tema è stato quello della ‘Tribù in viaggio’, La tribù e il  viaggio sono state utilizzate come metafore di una situazione reale che tutti i bambini  del gruppo condividevano.  Da un punto di vista sociologico, i sordi, per il loro tipo di handicap e per la loro specifica cultura linguistica,  si comportano  e vivono tra gli udenti  come una sorta di tribù indiana. Sono orgogliosi della loro cultura e condividono un fortissimo senso di appartenenza comunitario, ma  sono molto guardinghi e sospettosi nei confronti dell’esterno. Queste caratteristiche che possiamo facilmente  ritrovare nelle minoranze siano esse sociali, culturali o religiose, possono portare a situazioni di isolamento sociale, isolamento prodotto anche dal fatto che la sordità è un handicap invisibile. Per un’integrazione ed inclusione reale tra sordi ed udenti, che è uno dei capisaldi ispiratori della scuola che ospita il progetto, è sicuramente necessario un doppio movimento virtuoso .Gli udenti si devono aprire maggiormente ai sordi garantendo un ambiente accogliente e abbandonando il pregiudizio che tende a ritenerli persone ottuse e intellettualmente poco dotate. Ancora oggi certi insegnanti si stupiscono che il loro alunno sordo sia intelligente. Quest’equivoco nasce dalla convinzione che essere privi della parola significhi essere automaticamente  privi di una mente che ragiona. Il sordo di fatto non ha né un ritardo cognitivo, né un danno neurologico, ma solo un deficit sensoriale, che tuttavia, se non viene affrontato tempestivamente e con competenza, può avere conseguenze profondamente gravi sul suo sviluppo. Dal canto loro i sordi devono cercare di avere un atteggiamento meno difensivo e arroccato che però è anche in parte il risultato del triste retaggio storico che li ha visti per secoli esclusi ed incompresi. La metodologia del teatro-fiaba con le carte è anche finalizzata a  proporre soluzioni a dinamiche di gruppo chiuse o statiche grazie all’assunzione creativa di più ruoli-personaggi da parte dei soggetti che possono sperimentare sulla scena diversi punti di vista. Infatti, il gioco di entrare ed uscire da un personaggio, le inversioni di ruolo o gli specchi sviluppano sia la capacità di espandere alcuni aspetti della propria identità sia  la possibilità di mettersi ‘nei panni degli altri’, evitando le cristallizzazioni di ruolo. Prima di giungere alle sessioni di teatro-fiaba vere e proprie, c’è un lavoro preparatorio per la realizzazione delle scenografie e per l’individuazione dei personaggi con i loro costumi e con i loro oggetti identificativi. Il lavoro preparatorio, dove i bambini sono coinvolti in attività artistico-espressive, coincide anche con la realizzazione del mazzo di carte che solitamente si suddivide in diverse sezioni tematiche: animali, personaggi, ambienti/luoghi, oggetti , espressioni-emozioni, ecc. Contemporaneamente a questa fase si attivano dei riscaldamenti che consistono in esercizi di espressione corporea e mimica da cui poi si procede per le successive fasi di messa in scena, che avviene sempre in un clima ludico e contenitivo. Come ben insegnava Moreno (4) la spontaneità e la creatività sono ingredienti irrinunciabili per un teatro terapeutico per cui nella messa in scena si sa da cosa si parte, perché nel nostro caso vengono scelte a caso delle carte pescandole dai diversi mazzetti tematici, ma non si sa dove si arriverà, perché si gioca improvvisando, con l’assistenza di un conduttore che insieme al pubblico partecipante interviene secondo specifiche modalità. Quest’anno, il tema portante del percorso è stato il viaggio della tribù in treno. Un viaggio giocato sulla scena per conoscere nuove situazioni ed ambienti, per aprirsi a nuovi incontri ed orizzonti. Viaggio, che da copione, si  è reso  necessario a motivo di una calamità ambientale avvenuta nel villaggio indiano di Vedvoc. Calamità che i bambini hanno  poi individuato nel terremoto del 2012, il cui ricordo è ancora molto vivo da queste parti. Il terremoto può essere letto  come  una metafora della perdita estrema di sicurezza che lo stato di sordità produce quotidianamente nei rapporti con gli altri, mentre il tema del viaggio si lega al fatto che la maggioranza  dei bambini del gruppo sono pendolari settimanali che spesso si spostano con il treno. Altri invece provengono da famiglie che si sono trasferite dalle città di origine per permettere ai loro figli di frequentare questa scuola, infine ci sono bambini stranieri che si sono stabiliti in Italia con le loro famiglie. Durante il viaggio nella carrozza del treno allestita con scenografie di loro disegni dal tema  ‘Cosa vedo dal finestrino’, sono emersi sulla scena i timori, così come le aspettative e le speranze legate al viaggio, inteso come metafora della vita. Viaggio vissuto insieme al proprio baule, contenente i simboli del passato realizzati con la tecnica della fiber-art: l’autoritratto indiano e il mandala della fortuna. Baule che durante il percorso si è poi riempito di altri oggetti ed elementi per andare verso il futuro con i suoi cambiamenti: storie, disegni, mappe, nuovi abiti. Il treno nel suo percorso scenico ha toccato città immaginarie e personaggi chiave giocati dagli operatori dell’équipe. Prima tappa ‘Booktown’ dove una scrittrice sorda ha intervistato gli indiani ad uno ad uno per conoscere la loro storia dopo aver raccontato la sua, nella consapevolezza che il presupposto di qualunque movimento evolutivo deve partire dall’ascolto dell’altro. Un’altra tappa è stata Marketcity dove gli indiani della tribù hanno comprato nuovi abiti  da una  venditrice al mercato. Abiti che una volta scelti ed indossati hanno identificato nuovi personaggi nel gioco ‘L’abito fa il monaco’. Poi l’incontro con la Sindaca ad Artown, la città dell’arte, dove i bauli di viaggio sono stati dipinti e dove sono state messe in scena le sculture corporee. Qui i bambini hanno sperimentato la valenza dello scambio umano e culturale: la sindaca offre una città da esperire artisticamente e la tribù dipinge e le dona una tunica indiana. Altra tappa del viaggio è Thatercity dove, presso il ‘Teatro delle carte’, la tribù ha messo in scena i passaggi salienti dell’intero viaggio conclusosi poi a Happyland , dove i genitori dei bambini li stavano aspettando per una grande festa. Tutti gli anni, a  fine percorso, vengono consegnati ai bambini i lavori personali, mentre quelli collettivi, come per esempio le  scenografie, vengono trasformati in un grande libro illustrato. In tutte le 4 edizioni di Vedere Voci, grazie alla presenza in équipe di una fotografa video maker, sono stati realizzati degli audiovisivi sottotitolati o segnati come documentazione per i bambini le famiglie e gli sponsor. Oltre agli incontri frontali a cadenza settimanale con i bambini, Vedere Voci implica un lavoro di programmazione e di verifica in itinere che coinvolge l’équipe durante l’intero anno scolastico. Nell’èquipe si valutano gli obiettivi raggiunti  e si  mettono  in atto  strategie  in base a ciò che emerge durante gli incontri con il gruppo, per favorire la socializzazione e l’espressione di tutti i suoi componenti. Inoltre si tengono i rapporti con le famiglie che vengono informate sull’andamento delle attività sia tramite comunicazioni scritte o riunioni e anche  attraverso la pagina fb dedicata, dove possono seguire settimanalmente le attività svolte dai figli. Se si troveranno i fondi per continuare questa esperienza, Vedere Voci spera di poter fare un salto qualitativo e forse anche quantitativo con la creazione di gruppi misti di sordi ed udenti insieme, già dal prossimo ottobre. Se le nostre intenzioni diventeranno realtà il progetto si chiamerà Vedere Voci Plus. Se volete sostenerci e  contribuire  alla sponsorizzazione della nuova edizione 2018/19 scrivete una mail a  vedere.voci.fdprov@gmail.com  saremo felici di incontrarvi e di fornirvi ulteriori informazioni e documentazione su questo progetto.

                                                                                                                                                                          La responsabile del progetto

                                                                                                                                                                             Maria Teresa Cardarelli

           

Note al testo

  1. La scuola delle Figlie della Provvidenza è stata fondata a Modena nel 1828 da Don Severino Fabriani per rispondere alle esigenze educative dei bambini sordi. Dal 1954 ha una sede distaccata a S. Croce di carpi, e dalla fine degli anni ’70, è in atto in progetto di integrazione tra alunni sordi e udenti, sia a livello di scuola dell’infanzia che di scuola primaria.
  2. Oliver Sacks ,Vedere voci. Un viaggio nel mondo dei sordi, Adelphi Edizioni, 1990
  3. Stefania Guerra Lisi, Il metodo della globalità dei linguaggi, edizioni  Borla, 1997
  4. Jacob Levi Moreno , Who shall survive? , Di Renzo editore, 2007