QUANDO NATURA E ARTE SI INCONTRANO: Istruzioni per l’uso ai tempi del Coronavirus

Tutto ciò che è natura risuona in noi emotivamente, sia che si tratti di alberi, arbusti, fiori, foglie, frutti, animali, rocce.  Cito lo scrittore, filosofo Ernst Junger “Quando tutto è silenzio le cose cominciano a parlare: pietre, animali e piante diventano fratelli e sorelle e ci comunicano ciò che è nascosto”. Questa citazione mi sembra molto appropriata in questo periodo di isolamento forzato e forse anche di silenzio interiore, dove ciò che è nascosto, il Coronavirus, ci minaccia pesantemente portandoci però nel contempo anche un messaggio su cui dovremmo riflettere: “Fermatevi, ascoltate, cambiate”. Quella natura che noi bistrattiamo costantemente con i nostri stili di vita, oggi sta prendendosi pian piano la sua rivincita: l’inquinamento in tutta la pianura padana si è notevolmente abbassato, nei canali di Venezia si può vedere il fondo a occhio nudo, gli animali più impensati, come i caprioli, stanno tornando ad uscire allo scoperto nelle nostre campagne. In particolare, l’intimo legame fra noi e il mondo vegetale è anche testimoniato nei miti, dalle infinite metamorfosi di esseri umani in fiori o piante, oppure dalle miracolose fecondazioni di donne o ninfe che inghiottono un seme o un fiore per ottenere la fertilità. La Bibbia stessa è intrisa di simbologia vegetale: nel vangelo di Giovanni leggiamo che il Cristo è la vite e i discepoli sono i tralci,  nel libro del profeta Isaia si parla dell’albero-antenato di Jesse che si riferisce alla genealogia del Cristo. Da questa rappresentazione simbolica deriva il cosiddetto albero genealogico che ognuno di noi possiede, rappresentato dai genitori, dai nonni, dai bisnonni e dai trisavoli. In quasi tutte le tradizioni mistiche occidentali e orientali l’albero con le sue radici, rami, foglie, fiori e frutti connette l’uomo alla divinità. L’albero è simbolo dell’uomo primordiale e del cosmo. Il mondo vegetale è anche intimamente legato alla terapia e alla cura dell’individuo, basti pensare che nei monasteri medievali di tutta Europa esistevano laboratori di erboristeria medica, in epoca più recente è stata la medicina fitoterapica che ha rivisitato questa cultura millenaria. Nella storia dell’arte la simbologia vegetale può annoverare moltissimi esempi illustri: la Primavera di Botticelli, l’allegoria della Primavera dell’Arcimboldo, il giovane Bacco di Caravaggio, per giungere alle ninfee di Monet, agli Iris e ai Girasoli di Van Gogh. L’arte fin dall’antichità ha stabilito un rapporto privilegiato con la natura che anche oggi si manifesta per esempio in tutte le forme di Land Art più o meno effimere sparse per il mondo (immagine di apertura Tau ‘Abito il confine’ Arte Sella 2005). Ma come si esprime la natura nelle sue forme? Spesso attraverso  simmetrie, ripetizioni, circolarità, caratteristiche tipiche anche dell’arte dei mandala. Qui per esempio vediamo in tutta la loro semplice bellezza dei mandala naturali: la base di un cespo di radicchio, l’interno di un caco mela, l’interno di una cipolla.

La parola mandala deriva dal sanscrito e significa essenza e prendere, cioè contenere l’essenza, inoltre viene tradotta anche come cerchio-circonferenza. Nelle culture orientali, queste configurazioni, che rivestono sempre un carattere spirituale, vengono tuttora eseguite dai monaci con sabbie colorate a fini rituali e per favorire la meditazione, dopodiché vengono distrutte per ricordarci la transitorietà di ogni cosa terrena. Presso i popoli di cultura sciamanica, come gli Indiani d’America e gli Aborigeni australiani, i mandala vengono costruiti a fini profetici e curativi. Tutte le figure circolari ma anche i quadrati e i triangoli che hanno un punto di convergenza centrale possono rientrare in questa definizione. Secondo il padre della psicologia analitica Carl Gustav Jung, il mandala costituisce un vero e proprio archetipo universale. La parola archetipo deriva dal greco e significa modello primitivo, assoluto ed autonomo. Jung ne cita numerosi esempi anche in ambito occidentale. In pittura, le aureole che circondano il capo di Cristo, della Madonna e dei Santi sono delle formazioni di questo tipo, come anche il Cristo contornato ai quattro lati dagli evangelisti sotto forma di aquila (Giovanni), leone (Marco), toro (Luca) e uomo alato (Matteo), ma anche la Croce stessa e i rosoni delle cattedrali. Le nostre cattedrali sono anche ricche di mandala di pietra, li troviamo per esempio nei bassorilievi che compongono il fonte battesimale ottagonale dello scultore Guido Bigarelli, nel battistero di S. Giovanni a Pisa, come possiamo vedere nell’immagine seguente. Anche nella pietra i motivi floreali e vegetali campeggiano, insieme alle testine di animali ed esseri che si trovano posizionati ai quattro punti cardinali.

Jung annoverò tra i mandala anche i piani urbanistici di alcune città antiche come Roma, alcuni borghi medioevali e anche città più recenti come Washington. Il mandala, essendo un archetipo, è una configurazione universale, impersonale che risiede nel nostro inconscio collettivo e per tale regione è ereditaria. L’essere umano del passato, così come quello contemporaneo, l’ha ereditata culturalmente così come si eredita il colore degli occhi o dei capelli.  Il mandala inoltre opera a livello psichico e in particolare costituisce un legame importante tra la sfera razionale e cosciente dell’individuo e quella inconscia-emozionale. Sono convinta che oggi abbiamo un disperato bisogno di connettere maggiormente queste due sfere perché il campo della nostra consapevolezza individuale e sociale si approfondisca e produca dei nuovi frutti. La mia pratica di MusicArTerapeuta nella Globalità dei Linguaggi è sempre andata in questa direzione con le persone con cui ho avuto la gioia di lavorare, purtroppo oggi, e per non so per quanto, dovrò cambiare modalità operative. In questo tempo di pandemia continuerò a pubblicare sul blog del sito www.tau-lab.com  degli articoli che possano essere utili alle persone per intraprendere delle attività artistiche con i mezzi che generalmente abbiamo a disposizione a casa. Ecco perché vi propongo di realizzare mandala vegetali nelle vostre abitazioni, magari insieme ai vostri figli o insieme ai vostri anziani.

Potete utilizzare oltre a foglie e fiori freschi o secchi anche ramoscelli, sassolini e la buccia dei frutti che consumate, opportunamente tagliata. Nel caso li facciate su un piatto sufficientemente grande e rotondo possono diventare dei bellissimi centro tavola. Se lo desiderate potete inviarmi foto delle vostre creazioni per e-mail (teresa.cardarelli@gmail.com), così che le possa condividere sulla pagina di fb del TauLaBlog citandone gli autori. Anche questo è un modo per condividere in questo tempo di distanziamento sociale. L’attività artistica può produrre molti benefici, in particolare realizzare mandala induce la creatività, il rilassamento e la meditazione. Secondo Jung, il mandala più equilibrato è quello che si esprime nella circolarità convergente al centro con moduli quaternari. A questo modello si richiama anche questo mandala vegetale che realizzai insieme ad un gruppo di persone anni fa, composto  di foglie, fiori, cortecce e paglia: un centro verso cui tutto converge con strade di accesso che delineano quattro settori che a loro volta indicano i quattro punti cardinali.

Il Nord connesso alla stagione invernale, alla mezzanotte e all’elemento Terra; il Sud all’estate, al mezzogiorno e all’elemento Fuoco; L’Est alla primavera, all’alba e all’elemento Aria ed infine l’Ovest connesso simbolicamente all’autunno e all’elemento Acqua. Buona Arte a tutti! Vi abbraccio virtualmente, coraggio ce la possiamo fare. 

ALZHEIMER ENSAMBLE PARTE TERZA

Laboratorio di Globalità dei Linguaggi ‘FOTORICORDI’ per pazienti Alzheimer e caregiver

“Il lavoro creativo è sospeso tra la memoria e l’oblio.”

Jorge Luis Borges

Anche nel 2019 il GAFA (1) mi ha chiesto di elaborare un percorso di MusicArTerapia nella Globalità dei Linguaggi (2) a favore di pazienti Alzheimer e loro caregiver, per sette coppie inviate dal reparto geriatrico, sotto la supervisione della dottoressa Vanda Menon (3). Questa volta il percorso ha preso le mosse da un famoso aforisma di Jorge Luis Borges sul lavoro creativo che ha assolutamente anticipato le più recenti ricerche neurologiche relative allo studio della memoria e dell’oblio come due funzioni fondamentali del cervello umano. Fino a poco tempo fa, i neurologi consideravano l’oblio, le dimenticanze e in generale la perdita di informazioni per scarsa memoria un vero e proprio deficit cognitivo da contrastare con ogni mezzo possibile, ma recentemente, alcune ricerche hanno messo in luce la funzione adattiva di questi fenomeni (4). Infatti, oggi esistono prove dell’esistenza di meccanismi finalizzati alla rimozione dei ricordi. Un meccanismo consiste nell’indebolimento o nell’eliminazione delle connessioni sinaptiche tra i neuroni in cui vengono codificati i dati e un altro  consiste nella generazione di neuroni a partire dalle cellule staminali. Dunque, per avere una buona memoria e prendere decisioni in un sistema sempre più complesso è anche utile dimenticare informazioni non strettamente necessarie. Già Sigmund Freud, relativamente al processo di rimozione, sosteneva che alle volte per poter continuare a vivere il nostro cervello è in grado di dimenticare letteralmente ferite o traumi ritenuti inaccettabili. La funzione adattiva dell’oblio sembra così gettare nuova luce anche sull’ Alzheimer, una delle malattie più temute di questo secolo, dove la dimenticanza, lo smarrimento e ciò che ne consegue è pane quotidiano. Nell’ottica della Globalità dei Linguaggi dare un senso ai comportamenti cd. insensati ,spesso associati a forme di handicap e patologie ,è un punto di partenza fondamentale in quanto l’essere umano, proprio nelle condizioni compromesse, attiva degli adattamenti che equivalgono a vere e proprie strategie di sopravvivenza. Dar ragione di questi comportamenti è necessario sia per il malato che per il caregiver che si trova a relazionarsi con una persona diversa da prima che spesso vive momenti di regressione. Su questi temi anche il lavoro creativo ci può fornire spunti di riflessione molto interessanti. Da dove viene la creatività? A tal proposito Borges parla di sospensione, cioè di una situazione instabile, per esempio, si sta sospesi su una fune. Immaginiamo e visualizziamo per un attimo proprio una fune che si pone come linea di demarcazione tra le cose certe ed assodate che fanno parte della nostra esperienza e delle nostre certezze da una parte e il non sapere, il rischio, la sperimentazione dall’altra. Possiamo dire allora che l’arte è sospesa tra razionalità e ispirazione tra conscio e inconscio tra memoria e oblio e che è proprio il dialogo tra queste diverse realtà che la fa fiorire, insieme alle sue provocazioni che da sempre ci interrogano. L’arte espressa dal pensiero creativo vive sul confine, vive sospesa. Questo essere sospesi e in bilico è anche la condizione che contraddistingue il paziente Alzheimer e la sua famiglia ed è proprio tenendo presente questa condizione che il progetto ‘FotoRicordi’ è stato elaborato per dar modo alle coppie di interagire secondo un dialogo che partisse da questi presupposti, non dimenticando l’importanza del principio di piacere, facilitato da un’attività a coppie dove il paziente e il suo caregiver si relazionavano attraverso delle immagini. Le immagini sono state utilizzate per attivare le risorse della coppia, per migliorare il loro benessere, la loro autostima e la loro comunicazione, facilitando da una parte l’emersione di ricordi biografici e dall’altra favorendo l’apertura di nuovi scenari. Infatti, prima dell’inizio del percorso, i pazienti sono stati invitati a cercare con l’aiuto dei loro caregiver tre fotografie personali: una relativa alla loro infanzia, una relativa all’età adulta e una fotografia attuale. Durante i laboratori il paziente veniva invitato dal caregiver a collegare ogni sua fotografia personale a gruppi di immagini desunte da riviste illustrate. Questi insiemi di immagini si sono formati per associazioni visive che potevano scaturire sia da frammenti di ricordi che da semplici accostamenti di colori o di forme che in quel momento erano significativi per la persona. Le immagini per loro natura appartengono ai linguaggi non verbali e sono in grado di toccare profondamente la sfera emotiva ed emozionale. Così sfogliando in coppia riviste illustrate, gli occhi cadevano su marine, montagne, città, oggetti che spesso conducevano a ricordi di località visitate, di persone incontrate, di esperienze, di sensazioni. Durante le associazioni di immagini i caregiver trascrivevano cosa i pazienti dicevano in merito. I testi ben lungi dall’essere delle descrizioni, raccontano e rivelavano momenti di vita vissuti ed emozioni che le immagini sono riuscite a far affiorare.  Questi testi, come si può vedere dal breve video, sono stati inseriti nei collages di immagini con esiti molto interessanti. Il percorso si è sviluppato in tre incontri di due ore ciascuno per sfociare in una mostra al TauLab nel mese di dicembre 2019, dove sono stati esposti gli elaborati delle coppie partecipanti sotto forma di album e sculture di carta.

                                                                                                                                                                        Maria Teresa Cardarelli

Note al testo

  1. GAFA (Gruppo Assistenza Familiari Alzheimer) dal 1998 ha iniziato ad operare a fianco delle famiglie che hanno al loro interno un malato di demenza. Costituitasi come organizzazione di volontariato nel successivo anno 2000, l’Associazione opera a Carpi, Campogalliano, Soliera e Novi di Modena grazie all’impegno dei soci volontari e con la collaborazione di diverse figure professionali per realizzare attività e progetti integrati con quelli socio-sanitari pubblici e privati esistenti nel territorio.
  2. www.centrogdl.org
  3. Vanda Menon, medico referente Centro Disturbi Cognitivi e Demenze AUSL Mo, distretto di Carpi.
  4. Blake A. Richards, Paul W. Frankland “The persistence and transience of memory”, sta in  Neuron, June 21,2017

ALZHEIMER ENSAMBLE PARTE SECONDA

Punto-Linea-Superficie: il lavoro del cervello

Laboratorio di Globalità dei Linguaggi per pazienti Alzheimer e caregiver

 

Visto i buoni risultati ottenuti nel primo laboratorio di Globalità dei Linguaggi (1) a favore di pazienti Alzheimer e loro caregiver, il GAFA (2) ha promosso un percorso più articolato e approfondito per un numero di coppie selezionate dal centro geriatrico che ha avuto luogo presso il TauLab nel 2018. Uno dei punti forti di questo progetto, attuato in compresenza con la dottoressa Vanda Menon e due volontarie GAFA, è stato quello di proporre pratiche laboratoriali che potevano essere ripetute a casa con l’ausilio di semplici materiali forniti al termine degli incontri. Le tracce prodotte a casa venivano poi portate al laboratorio successivo, accompagnate da un breve questionario compilato dai caregiver che esprimevano il loro punto di vista relativamente al livello di coinvolgimento e interesse dimostrato nell’attività riproposta, notando eventuali differenze tra l’attività svoltasi in laboratorio, dove era presente tutto il gruppo e l’attività casalinga. Le restituzioni dei caregiver avvenivano all’inizio di ogni incontro insieme alla geriatra e alla sottoscritta lasciando spazio per domande e chiarimenti, mentre le due volontarie introducevano il tema del giorno ai pazienti tramite semplici giochi da tavolo. Poi i caregiver raggiungevano i loro cari per il laboratorio vero e proprio. Questa metodologia ha permesso di monitorare gli effetti delle proposte e di portare aggiustamenti in progress, oltre a verificare l’estrema utilità di passare anche tra le mura domestiche un tempo di rilassamento e condivisione tramite il fare artistico condiviso. “Se cambia il tempo, cambia anche l’umore e non vuole essere contrariato. Ha paura di non contare più o poco…Quando mi metto a disegnare a casa, allora arriva anche lui e mi sembra che si diverta, io mi sento un po’ negata, ma con la consapevolezza che lo faccio per stimolarlo.”  “L’esperienza proposta l’abbiamo fatta in quattro ed è risultata simpatica a tutti, poi si sta in compagnia e si ride. S. dice che vorrebbe sempre la compagnia bella.” (3) Essendo le coppie inviate al progetto tutte nuove, abbiamo riproposto il laboratorio “Sotto/Sopra” di cui ho  parlato nella puntata precedente, verificando sostanzialmente anche in questa occasione le conclusioni della volta scorsa. Successivamente, abbiamo lavorato sui concetti di Punto, Linea e Superficie (PLS) che costituiscono dei potenti mezzi espressivi. L’horror vacui di fronte al foglio bianco è un classico, specialmente quando il suggerimento è quello di fare ciò che si desidera, perché siamo talmente abituati ad eseguire delle consegne che la libertà può veramente bloccare. “Ci siamo accorti che siamo un po’ impacciati a lasciarci andare, c’è un po’ di difficoltà ad usare la fantasia, ma rotto il ghiaccio poi si va.” (4)  Infatti, la tecnica PLS rende l’espressione grafica semplice e spontanea: a partire da un insieme di punti sparpagliati casualmente a piacere sul foglio e collegati con delle linee abbiamo l’emersione automatica di superfici e reti. Il secondo passaggio è quello di interpretare le forme emerse, aggiungendo quei particolari che le individuano ancor più chiaramente e poi di colorarle a piacere. Questa tecnica è stata proposta in un lavoro a coppie dove il caregiver affiancava il paziente sul lato destro. Il caregiver disegnava dei punti che poi il paziente univa, infine il primo interpretava la forma emersa, facendola sperimentare al proprio caro attraverso il tatto, prendendo e accompagnando  la sua mano destra in modo che il paziente potesse ripercorrere con l’indice i contorni del disegno. Successivamente i ruoli venivano scambiati. “Con i puntini da collegare mia madre è più disponibile perchè riesce a farlo bene, le risulta invece più difficile intravedere qualcosa nel disegno, alla fine però ci abbiamo riso sopra.” (5) Dopo l’esplorazione tattile dei disegni realizzati in coppia e dopo la loro coloritura il caregiver invitava il proprio caro a raccontare qualcosa che i due disegni insieme potevano suscitare. Il breve racconto veniva registrato in forma scritta dal caregiver e successivamente riletto al paziente che osservava i disegni in sequenza. Infine, è stato realizzato anche un breve racconto di gruppo a partire da alcuni disegni che potrebbe essere l’incipit di una fiaba dove sono presenti però anche elementi legati alla vita dei pazienti, come una località montana frequentata e il cagnolino di famiglia. “Siamo nel medioevo al torneo di giochi di Fiumalbo in montagna. Si dovevano svolgere delle gare podistiche con l’armatura, poi una sfida di aquiloni e lancio di coltelli. Il castoro birichino si era nascosto dentro alla coppa piena di noci, ma il cagnolino del re Lillo iniziò ad abbaiare e lui venne scoperto.” Le attività sono sempre state accompagnate da musiche atte a favorire il rilassamento e questa pratica è stata da alcuni utilizzata anche durante le attività casalinghe. “Mentre disegnavamo, ascoltando musica classica, ogni tanto mia madre fischiettava, poi ho dovuto alzare il volume della musica perché non ci sente bene. Mentre dipingeva si è ricordata che anche mio padre quando era giovane aveva fatto dei quadri.”  La tecnica grafica PLS imita in piccolo il lavoro incessante del cervello umano, infatti semplificando all’estremo, potremmo dire che i punti, come i neuroni cerebrali, vengono connessi attraverso delle linee, cioè le sinapsi, realizzando delle superfici, cioè le reti neurali. Questi movimenti continui nel nostro cervello sono alla base dell’apprendimento permettendoci, per esempio, di ricordare i visi delle persone, di fare svariate operazioni, nonché valutazioni in merito a come si potrebbe evolvere una certa situazione sulla base di esperienze simili già vissute. Nella patologia Alzheimer questi movimenti neurali cerebrali rallentano progressivamente causando una svariata serie di sintomi come la perdita della memoria breve, il disorientamento spaziale e nei casi più gravi anche la mancanza di riconoscimento dei familiari e di sè stessi. Dunque, disegnare quei movimenti stimola un’attività che il nostro cervello fa abitualmente e nei casi di esordio della malattia o in quelli non eccessivamente compromessi si rivela essere un’utile e divertente pratica artistica per rallentare il decadimento cognitivo. 

Gennaio, 2020

Maria Teresa Cardarelli

 

Note al testo

1  www.centrogdl.org

2 GAFA (Gruppo Assistenza Familiari Alzheimer) dal 1998 ha iniziato ad operare a fianco delle famiglie che hanno al loro interno un malato di demenza. Costituitasi come organizzazione di volontariato nel successivo anno 2000, l’Associazione opera a Carpi, Campogalliano, Soliera e Novi di Modena grazie all’impegno dei soci volontari e con la collaborazione di diverse figure professionali per realizzare attività e progetti integrati con quelli socio-sanitari pubblici e privati esistenti nel territorio.

3-4-5  Brani tratti dalle schede ‘Raccolta delle riflessioni dei caregiver ’

ALZHEIMER ENSAMBLE – PARTE PRIMA

Da due anni, insieme al GAFA (1) e alla geriatra dott.ssa Vanda Menon collaboro in qualità di MusicArTerapeuta nella Globalità dei Linguaggi (GdL) (2) nella conduzione di laboratori a favore di pazienti Alzheimer insieme ai loro caregiver (3). Tali interventi s’ inscrivono all’interno del Progetto Persona che vede sempre il paziente inserito in un contesto familiare e sociale con le proprie attitudini e le proprie risorse. In particolare, il progetto nel suo complesso punta a supportare e ad approfondire la relazione comunicativa tra il malato e il familiare che di solito si occupa in modo specifico e continuativo del proprio caro e a creare dinamiche di condivisione di gruppo per quelle famiglie che si trovano ad affrontare questa invalidante malattia. In tal senso, il progetto di GdL si differenzia da tante altre attività che vedono volontari e professionisti agire su gruppi di malati da una parte e gruppi di familiari dall’altra. Proprio perchè questi malati vivono ancora in famiglia il loro benessere, seppur nel contesto della malattia, molto dipende dal clima familiare che respirano. Spesso, il grado di sofferenza e stress dei caregiver supera di gran lunga quella dei malati che generalmente non sono pienamente consapevoli del loro stato e di ciò che la malattia comporta. Mi è capitato più volte di interagire con caregiver decisamente più depressi e scoraggiati dei loro familiari malati e proprio per tale ragione, tempi condivisi in cui poter comunicare con modalità nuove che permettano al paziente e al proprio familiare momenti di benessere, fiducia, curiosità e scoperta reciproca sono fondamentali, nel contesto di specifiche attività di tipo artistico/musicale mirate a contenere anche il progressivo declino cognitivo dei malati. La scelta specifica di proporre attività in coppia malato/caregiver all’interno del gruppo favorisce poi le reti amicali tra famiglie che grazie all’instancabile lavoro dei volontari dell’associazione si sentono supportate anche nel più ampio contesto sociale. Ma ora veniamo a descrivere più in dettaglio alcuni laboratori proposti che hanno visto coinvolte trenta coppie di persone. 

Il laboratorio “Sotto/Sopra”

Nel laboratorio multisensoriale “Sotto/Sopra” è stata utilizzata un’ampia gamma di linguaggi e stimoli non verbali, tra cui la produzione di immagini, per favorire una comunicazione piena e profonda tra le coppie di persone che dipingevano l’una di fronte all’altra in una prospettiva visiva volutamente rovesciata. Il sottosopra può infatti costituire una buona metafora per la patologia Alzheimer che mette spesso e volentieri i malati e i loro caregiver in condizioni spiazzanti. Prendere  visivamente atto di questa condizione sottintendeva entrare in una prospettiva che nell’espressione artistica contemporanea è spesso in grado di aprire scenari inattesi. In altre parole, la patologia ci mette forzatamente sottosopra, ma anche in questa scomoda situazione possiamo comunicare scoprendo nuove realtà e possibilità. Altri obiettivi dell’intervento sono stati quelli di creare un ambiente contenitivo atto a favorire la libera espressione e il piacere di fare, dando un senso a quelli definiti generalmente “comportamenti insensati” che in questi pazienti si esplicitano attraverso schemi ripetitivi o stereotipati. La consegna fatta agli accompagnatori era stata quella di rispettare i ritmi e le scelte dei pazienti con stadi della malattia differenziati e relativamente all’attività pittorica, la sospensione del giudizio sul proprio operato e su quello dell’altro. Siamo partiti così dal corpo come matrice di segni, con i suoi vissuti e le sue memorie, anche quelle che la mente poteva aver dimenticato, grazie alla stimolazione sensoriale attivata con un massaggio alle mani dove all’inizio il ricevente era il malato. Nel corso del massaggio alcuni pazienti che avevano ricevuto hanno poi restituito, accarezzando le mani del proprio caro. Una cosa così semplice, ma intima, ha commosso più di una persona durante il massaggio che poteva venire applicato per un tempo indeterminato, alla fine del quale le persone avrebbero potuto cominciare a dipingere con le dita utilizzando gli acquerelli e anche il caffè per stimolare l’olfatto. Spesso prima dei laboratori c’è un’accoglienza dove questa bevanda viene offerta per cui ritrovarla come medium pittorico ha fatto sì che il clima conviviale iniziale e il piacere di stare insieme potesse naturalmente perpetuarsi durante un’attività del tutto nuova. Con il tatto anche l’udito è stato stimolato attraverso un bagno sonoro nelle musiche di Bach che ci hanno accompagnato durante tutta l’attività. Infine, il senso della vista è stato continuamente attivato grazie al contatto visivo reciproco frontale e anche dall’utilizzo del colore che agisce fortemente a livello emozionale. L’esito è stato abbastanza sorprendente nel senso che il tempo di attività e attenzione che si pensava non potesse superare la mezz’ora si è naturalmente protratto per un’ora intera con la soddisfazione di tutti i presenti.

Dapprima l’attività pittorica è stata eseguita con le dita poi con l’uso di pennelli. Le persone hanno cominciato a tracciare semplici segni, oppure ad abbozzare disegni. Non c’è dubbio che disegnare e dipingere frontalmente tra coloro che hanno un legame favorisca una reciproca influenza che si sviluppa come un dialogo per immagini, come possiamo vedere dalla foto 1. Qui, dapprima si era attivato il coniuge accompagnatore, poi la paziente e il tema emerso è stato quello della città natia di Napoli con il Vesuvio, i suoi colori, i suoi simboli, le sue atmosfere. I due spesso si guardavano, la paziente sorrideva e ogni tanto diceva qualche parola. Il Vesuvio del marito è una massa densa e pesante dove il fuoco sembra premere dall’interno creando una tensione ben visibile anche nell’ autore, mentre la rappresentazione della città della paziente attraverso simboli diversificati risulta più leggera, gioiosa e varia.  Impressi sulla carta sono i ricordi del passato quando la coppia non si era ancora trasferita.

1.

Un altro “Sotto/Sopra” particolarmente significativo (foto 2) è stato quello di una malata over settanta, accompagnata da un’amica più giovane di lei. L’accompagnatrice ha iniziato ad osservarla e a farle un bellissimo ritratto, mentre la paziente dopo poco ha iniziato a realizzare un’auto ritratto, dicendo che quella che stava disegnando era sé stessa da bambina con un fiocco in testa. Bambina che poi è diventata adulta come narrano i seni che emergono dal decolté. Nel dialogo per immagini, ritratto ed autoritratto raccontano cicli di vita della paziente (infanzia, età adulta, vecchiaia) lungo un filo che non si spezza, grazie al riconoscimento innescato dal ritratto che la paziente ha visto fare dall’amica che le stava di fronte. Sia il ritratto che l’autoritratto sono espressi a mezzo busto, ma oltre alla palese differenza di stile c’è una differenza ben più sostanziale: l’accompagnatrice ha fatto un ritratto della paziente con gli occhi chiusi, mentre la paziente le ha risposto con un autoritratto dagli occhi ben aperti, che alla fine ha firmato ribadendo il suo senso di identità e consapevolezza del qui ed ora. L’amica la vede un po’ sognante, assente e rinchiusa nel suo mondo, la paziente invece le ricorda di esserci con la sua storia, la sua biografia. Questo esito non era per nulla scontato e difficilmente si sarebbe potuto raccontare a parole. Le immagini sottosopra con la loro forza intrinseca  ed espressiva hanno reso esplicito un sentire, un discorso, un vissuto.

2.

In altri casi, i pazienti si sono attivati prima e maggiormente dei loro accompagnatori mostrando di essere molto meno bloccati a livello espressivo, destreggiandosi con colori e forme in maniera semplice e diretta, vivendo il qui ed ora del momento. Un esempio di questo lo vediamo nella foto 3 dove ad un certo punto la paziente ha proposto alla figlia di scambiarsi di posto perché a lei ne rimaneva ancora tanto di inutilizzato!

3.

In altri casi, è successo l’inverso, cioè gli accompagnatori si sono attivati con la pittura, mentre i pazienti per niente o molto poco. In un caso la paziente è rimasta quasi sempre con gli occhi chiusi praticando con la mano destra un automassaggio al viso, nonostante le affettuose sollecitazioni del marito a intingere le dita nel colore. Alla fine, il marito, sporgendosi in avanti nella parte del foglio della moglie, ha disegnato la sagoma di una mano, una stella, un albero di Natale e il nome di lei realizzando tutto in senso orientato alla moglie come se lei stesse osservando. Nella sua parte invece aveva disegnato un fiore giallo e rosso: nella simbologia del colore ciò corrisponde al desiderio di cambiamento, sullo stelo delle foglie che somigliano a grosse spine. Quello che a primo impatto può sembrare un monologo è un messaggio pieno di affetto che oltrepassa i confini della comprensione razionale a cui la malata ha risposto con l’automassaggio facendo sapere al marito di preferire il contatto e la sua presenza fisica perché maggiormente la rassicurano. 

Per concludere, alcune riflessioni emerse durante la condivisione dell’esperienza con i caregiver:

 – Per me è stato meglio delle aspettative con cui ero venuto per questo laboratorio perché ho visto che mia moglie si è attivata.

– Dopo aver cominciato a disegnare lei ha cominciato a ricordare e a parlarmi delle mostre d’arte che aveva visitato, dei suoi viaggi culturali. Poi ha ricordato anche la Pietà di Michelangelo deturpata da un vandalo tanti anni fa ed era visibilmente indignata.

– Oggi mia madre è arrivata arrabbiata e scontrosa, ma poi pian piano durante l’attività si è rasserenata e ha avuto il sorriso stampato in faccia per tutto il tempo.

-Mia madre si è attivata poco con la pittura, ma mi sono accorto per la prima volta che non riesce più a scrivere le parole in modo completo, le inizia e poi le lascia a metà.

 -La mia mamma ad un certo punto ha voluto che ci scambiassimo di posto perché lei non aveva più  spazio per dipingere, mentre io ne avevo ancora tanto e glielo ho ceduto più che volentieri.

– Mia moglie è stata con gli occhi chiusi quasi per tutto il tempo e non ha mai messo le dita nel colore,  a me invece è piaciuto dipingere e mi sono rilassato.

NELLE PROSSIME DUE PUNTATE DI GENNAIO E FEBBRAIO GLI ESITI DEGLI ALTRI LABORATORI

Maria Teresa Cardarelli, Dicembre 2019

 

Note al testo

  1. GAFA (Gruppo Assistenza Familiari Alzheimer) dal 1998 ha iniziato ad operare a fianco delle famiglie che hanno al loro interno un malato di demenza. Costituitasi come organizzazione di volontariato nel successivo anno 2000, l’Associazione opera a Carpi, Campogalliano, Soliera e Novi di Modena grazie all’impegno dei soci volontari e con la collaborazione di diverse figure professionali per realizzare attività e progetti integrati con quelli socio-sanitari pubblici e privati esistenti nel territorio.
  2. www.centrogdl.org
  3.  ll termine anglosassone “caregiver”, è entrato ormai stabilmente nell’uso comune e indica “colui che si prende cura” e si riferisce a tutti i familiari che assistono un loro congiunto ammalato e/o disabile. I “caregiver” dei pazienti con demenza sono la grande maggioranza. In particolare, secondo i dati riportati nel Libro bianco 2018 “La salute della donna – Caregiving, salute e qualità della vita” in Italia l’86% delle donne è impegnato con diversi gradi di intensità nell’assistenza a familiari ammalati, figli, partner o più spesso genitori. 1 su 3 se ne prende cura senza ricevere aiuto e solo 1 su 4 è agevolata dal punto di vista lavorativo.

LA FIBER ART: UN POLIEDRICO MEZZO ESPRESSIVO

La Fiber Art anche conosciuta come Textile Art, Fiber Work, Art Fabric, Nouvelle Tapisserie e Soft Sculpture, si sviluppa in modo significativo negli anni sessanta a partire dalle Biennali di Losanna che ne riuniscono le esperienze e ne siglano l’identità. Oggi viene praticata da numerosi artisti e si è imposta nel panorama dell’arte contemporanea per un approccio di ricerca molto variegato. Questa espressione artistica ha le sue radici nelle avanguardie futuriste e dadaiste che hanno introdotto polemicamente nelle loro opere i materiali più eterogenei. Ciò che accomuna le opere di Fiber Art sono le possibilità offerte dall’utilizzo di fili e tessuti integrati  a  tecniche che non prevedono però l’uso del telaio. Possiamo dire che tutto ciò che è flessibile è tessile e rientra nella Fiber Art: filati, corde, strisce di carta e tessuto, fibre vegetali e ramoscelli, feltro, fili di metallo e di plastica, ma anche la stampa su tessuto eseguita  con pizzi, foglie, erbe, elastici, fili ecc. Le forme della Fiber Art  spaziano dal quadro, alla scultura, all’installazione. La 57esima biennale di Venezia  curata da Christine Macel, presenta una ventina di sculture della statunitense Judith Scott (1943-2005) una delle maggiori esponenti  statunitensi della Fiber Art.  Nonostante questa artista fosse affetta da sindrome di down e da sordità, con il sostegno della sorella, poté esprimersi a tutto tondo con la sua arte, regalandoci emozioni profonde e colorate. Un laboratorio di Fiber Art  ispirato al lavoro di questa artista è stato proposto anche alla formazione permanente AIMAT (Associazione Italiana MusicArTerapeuti) svoltasi a Roma nel maggio 2017. Il  video in apertura si riferisce ad un open di Fiber Art adulti con l’utilizzo del  Lanone della ceramista Rita Lugli. L’open si è svolto presso il Taulab di Carpi, dove, prossimamente , verrà proposto un percorso artistico-espressivo che utilizzerà le poliedriche tecniche  della Fiber Art per la realizzazione di una fiaba.

Teresa Cardarelli

 

 

AUTISMO, STEREOTIPIE GRAFICHE E COMUNICAZIONE

Durante un percorso di MusicArTerapia nella Globalità dei Linguaggi realizzato presso una scuola media, ho conosciuto un ragazzo autistico davvero speciale che chiamerò Gamma. All’epoca aveva 15 anni e frequentava la terza media, la sua comunicazione a livello verbale era  scarsa, però utilizzava efficacemente il disegno e il colore come mezzo espressivo. Nei mesi in cui lavorai con lui e la sua classe, Gamma produsse moltissimi disegni e insieme a quelli che la sua insegnante di appoggio aveva conservati negli anni precedenti, ho potuto avvicinarmi alla sua stereotipia grafica. Qualunque tipo di stereotipia sia essa motoria, verbale o grafica è fondamentale per comprendere ciò che il soggetto autistico comunica all’esterno. Per la sua intrinseca insistenza, la stereotipia coinvolge profondamente anche lo spettatore e quando essa si evolve, come nel caso di Gamma, si tratta sempre di una grande conquista per chi la manifesta. Il disegno di apertura venne eseguito spontaneamente e quasi quotidianamente  da  Gamma nel corso della prima media, solo con delle varianti di colore. In questo disegno vediamo un bambino al centro del foglio, che sta sospeso tra cielo e terra in una postura a croce, aggrappandosi con le mani ad un albero a sinistra (lato materno) e ad una concatenazione di nuvole rosa a destra (lato paterno). Considerando che una nuvola rosa si trova anche a sinistra dell’albero, possiamo intuire che le nuvole formino come un cerchio immaginario di cui il bimbo fa parte. Se prendessimo il disegno facendo combaciare i due lati opposti del foglio, formando un cilindro, ce ne renderemmo materialmente conto. Solo il grande e massiccio albero dalla chioma schiacciata, simbolo del Sé, poggia sulla linea di terra.  In questa tipologia di disegno in cielo appaiono sempre sole e luna,  simboli rispettivamente del principio maschile e femminile.  In alcuni di questi disegni capitava poi che Gamma oscurasse completamente la figura del bambino, come possiamo vedere nell’esempio seguente. L’ombreggiatura e l’oscuramento con il colore nero spesso indicano un sentimento di negazione e di non accettazione.

Dopo circa un anno questa stereotipia grafica del  ‘bambino appeso’ si modifica in maniera significativa e piuttosto repentina: il bambino dei disegni, decisamente cresciuto, molla gli appigli e scende a terra, come possiamo vedere nell’immagine seguente.

Questo movimento verso il basso testimonia un processo di ‘grounding’ che per Gamma comincia a concretizzarsi anche nella realtà scolastica quotidiana infatti, il bambino dei disegni parla di lui, dei suoi sentimenti, delle sue emozioni, della sua realtà esistenziale. Nel medesimo tempo, i lineamenti del viso del bambino si fanno più evidenti e marcati e l’albero di sinistra viene sostituito da una porta.  La porta simboleggia il passaggio da un luogo ad un altro, da una situazione ad un’altra. A destra, la concatenazione di nuvole lascia  il posto a forme geometriche sapientemente colorate con tinte complementari, oppure con accostamenti di colori primari e derivati, infine scompaiono gli spazi bianchi. In questa nuova serie di disegni il bambino non verrà più oscurato: nella misura in cui Gamma sente l’appoggio, si accetta. Tutte le volte che una stereotipia grafica si modifica significa che sta avvenendo una trasformazione che in questo caso specifico riguarda l’immagine del sé e la propria identità che si delinea sempre anche attraverso il riconoscimento altrui. In questa nuova fase, i disegni liberi di Gamma sono lo specchio di  una  sua maggiore adesione alla realtà ed energia vitale in circolo, nonché di una maggiore integrazione  con i compagni . Infine, la bocca dei bambini disegnati comincia  ad eccedere i confini del volto sia a destra che e a sinistra, esprimendo un desiderio di scambio comunicativo  verbale. In questo periodo Gamma comincia a parlare un po’ di più, scegliendo con cura i suoi interlocutori. Progressivamente, il bambino dei disegni comincia a prendersi tutto lo spazio del foglio, affermando graficamente: ‘Io sono!’, ‘Ci sono!’ dunque in questi disegni si affermano identità e presenza. Nel corso della seconda media Gamma, dal punto di vista relazionale, comincia a stabilire un ponte con alcune persone, ma nello stesso tempo diventa più consapevole delle sue difficoltà e questo lo preoccupa, come mostra anche l’espressione spaventata del volto del bambino riprodotto nell’immagine seguente.

Nella serie di disegni  successivi, eseguiti all’inizio della terza media, epoca in cui iniziai i laboratori, il bambino diventa il solo protagonista della scena e scompare anche lo sfondo colorato con i suoi elementi caratteristici: porta e forme geometriche. Ciò che emerge con  forza è la testa e l’espressione del volto. Il corpo è molto ridotto e sproporzionato con due minuscole gambe che appoggiano su una sorta di piattaforma rossa. Gamma è nel pieno dell’adolescenza e anche un ragazzo autistico attraversa  problemi legati alla crescita. Durante l’adolescenza  il corpo cambia e spesso diventa un problema da gestire, qui il ridurlo drasticamente, schiacciandolo, sembra quasi una strategia per dominarlo, insieme al desiderio di rannicchiarsi nell’infanzia. Nel giro di un anno Gamma cresce moltissimo e i cambiamenti  devono venire pian piano metabolizzati.

In concomitanza alla figura di ‘bimbo testone’ che indica una sorta di regressione strategica per cui quando non si riesce ad andare avanti, si torna indietro, Gamma comincia a disegnare una  serie di case e mani che diventano un altro modo per parlare del suo corpo e per confrontarsi con esso e i suoi cambiamenti.  Spesso i tetti delle sue case sono schiacciati, come il corpo del bambino, sotto il testone, le finestre sempre sbarrate, quasi si sentisse in gabbia. Le mani disegnate, al contrario, sono sempre molto grandi con unghie ben visibili, accompagnate spesso dagli astri sole e luna e da alberi come nel disegno sotto, recuperando così elementi elementi simbolici dei disegni passati. La mano simbolicamente indica l’azione, la concretezza, il desiderio di aver presa sulla realtà, mentre le unghie  marcate indicano  aggressività  mista a rabbia.

Nell’ ultima serie di disegni, che Gamma cominciò a fare verso la fine dell’anno scolastico, assistiamo ad un nuovo passaggio relativo all’immagine di sé  e allo schema corporeo. Viene recuperata la figura umana in una dimensione caratterizzata da proporzioni decisamente  più equilibrate e da una differenziazione più marcata tra  busto  e  arti.  Infine, si può evidenziare un processo di lateralizzazione ormai definito, essendo la mano destra sempre più grande e importante della sinistra.  Manca ancora il collo,  segno che l’emotività domina ancora  sugli aspetti razionali.  Gli sfondi si rianimano di colore e di elementi.

Concludendo, nel corso di tre anni, attraverso i suoi bellissimi  disegni, Gamma ci ha raccontato che cosa stava avvenendo dentro ed intorno a lui, ci ha fatto partecipi, anche senza parole, del suo universo ricco e pieno di emozioni. Se guardiamo il personaggio rappresentato nel primo e nell’ultimo disegno della serie qui proposta, ci risulterà ben chiara  l’evoluzione  e le trasformazioni avvenute in questo ragazzo che definirei, aristicamente parlando, un vero espressionista. Concludendo, le stereotipie costiuiscono forme comunicative  di cui dovremmo  far tesoro, perché  molto ci raccontano della persona e del suo mondo.

MARIA TERESA CARDARELLI

MOSTRA AL TAULAB

 

 

 

 

 

 

 

 

Partire da una fiaba, che per la legge di attrazione risuona con la nostra vita fatta di aspirazioni, sogni, gioie, paure e difficoltà, significa intraprendere un viaggio: il viaggio dell’eroe. L’eroe, prima o poi, affronta sempre il suo drago e lo vince. Che sia Il brutto anatroccolo, Fata Piumetta, La lampada di Aladino, La Bella addormentata nel bosco,  queste fiabe ci prenderanno per mano  A mille ce n’è nel mio mondo di fiabe da narrar… venite con me  nel mio mondo incantato per sognar…  conducendoci davanti ad uno specchio dove potremo vestire i panni del nostro personaggio preferito per giocarlo sulla scena come noi lo vediamo, lo sentiamo, come noi effettivamente siamo. Il personaggio ci permetterà di esprimere emozioni e sentimenti che diversamente non troverebbero un canale per manifestarsi in maniera così  semplice, spontanea e ludica. Proprio in questo sta l’aspetto auto terapeutico di questa declinazione teatrale. Così si parte da fiabe e racconti per realizzare successivamente storie del tutto originali  che hanno a che fare con i nostri vissuti quotidiani. Tali storie  verranno poi messe in scena  a partire da mazzi di carte realizzati ad hoc, composti da personaggi,  espressioni-emozioni, animali, luoghi ed oggetti. Il teatro-fiaba con le carte è un modo per conoscersi, crescere ed imparare ad affrontare le sfide che la vita ci pone innanzi, divertendosi e condividendo le proprie esperienze con gli altri. Questo e tanto altro troverete nella mostra proposta al Taulab  che aprirà le sue porte dal 16 al 24 settembre a Carpi. Qui potrete vedere materiali relativi ai percorsi di teatro-fiaba realizzati negli ultimi anni, costituiti da mazzi di carte,  costumi,  sculture, racconti e scenografie teatrali diventati libri da sfogliare, realizzati dai bambini e dai ragazzi partecipanti. Inoltre sarà proposto il video ‘LA TRIBU’’ relativo al progetto ‘ Vedere Voci 3.0’ realizzato con un gruppo di bambini sordi della scuola Figlie della Provvidenza di S. Croce e finanziato con un contributo del distretto Leo 108 Tb.  Infine  vi aspetta una vera chicca:  LE FIABE SONORE pubblicate  dal 1966  al 1970  dalla Fratelli Fabbri Editori, sotto forma di 45 giri in vinile da ascoltare in un mangiadischi arancione anni ’70, con i relativi libri illustrati.  Infatti, all’epoca i dischi uscivano con albi di grande formato, illustrati da diversi pittori (es. Pikka, Una, Ferri, Max e Sergio). Le storie furono sceneggiate e narrate da Silverio Pisu con la collaborazione di altri attori professionisti tra cui Ugo Bologna, Sante Calogero, Pupo De Luca e Isa Di Marzio.Le musiche originali e le canzoni vennero  commissionate  al compositore, pianista e cantante Vittorio Paltrinieri. Vi aspettiamo numerosi genitori e figli, insegnanti e scolari, amanti delle fiabe e del teatro. I bambini e i ragazzi partecipanti potranno realizzare in situ un grande mandala corale pavimentale. Seguiranno open-days per bambini , ragazzi ed adulti.

                          

IL TEATRO-FIABA CON LE CARTE

Il teatro-fiaba con le carte è una forma originale di teatro-terapia che si ispira al sociodramma moreniano classico e che si rivolge in particolare ai bambini dai 6 ai 10 anni e agli adolescenti.  Dal  2014 al 2017  ho cercato di mettere a punto questa modalità teatrale  attraverso dei percorsi che hanno coinvolto sia gruppi di bambini normodotati che bambini sordi. Ma di che si tratta? L’obiettivo prioritario di questa forma di teatro è quello di potenziare l’espressione e la comunicazione sia a livello non verbale che verbale. Come avviene nel sociodramma moreniano classico, nel teatro-fiaba con le carte non si interpreta una parte come fa l’attore, ma si interpreta se stessi nel gruppo e con il gruppo, in base a temi significativi o anche partendo da una fiaba come spunto iniziale. L’ assunzione creativa di più ruoli-personaggi è fondamentale per comprendere la realtà che ci coinvolge, sperimentando diversi punti di vista. In tal senso, l’uso del teatro-fiaba si è rivelato, da una parte, uno strumento strategico per cercare soluzioni a determinati problemi legati alle dinamiche gruppali e dall’altra si è rivelato efficace per lo sviluppo in positivo di ruoli sociali non cristallizzati, infatti il gioco di entrare ed uscire da un personaggio, come le inversioni di ruolo o gli specchi sviluppano pian piano la capacità di espandere alcuni aspetti della propria identità. Prima di giungere alle sessioni di teatro-fiaba vere e proprie c’è un gran lavoro preparatorio come la realizzazione delle scenografie legate ai temi salienti del gruppo,  la scelta dei personaggi con i loro costumi e con i loro oggetti identificativi.  Questo lavoro preparatorio dove i bambini sono coinvolti in attività artistico-espressive coincide anche con la realizzazione del mazzo di carte che solitamente si suddivide in diverse sezioni, come animali, personaggi, ambienti, oggetti e carte delle espressioni-emozioni. Contemporaneamente a questa fase si attivano dei riscaldamenti che consistono in esercizi di espressione corporea e mimica da cui poi si procede per le successive fasi di messa in scena, che avviene sempre in un clima ludico e contenitivo. Come ben insegnava Moreno la spontaneità e la creatività sono ingredienti irrinunciabili per un teatro terapeutico per cui nella messa in scena si sa da cosa si parte, perché nel nostro caso  vengono scelte a caso delle carte pescandole dai diversi mazzetti tematici, ma non si sa dove si arriverà, perché si gioca improvvisando, con l’assistenza di un conduttore che insieme al pubblico partecipante può intervenire secondo alcune regole precedentemente date. Quando è possibile, sia dei riscaldamenti che delle scene giocate vengono  effettuate delle riprese video che si utilizzano in un secondo momento. Rivedersi con un ‘occhio esterno’ è estremamente utile sia per gli operatori che per i bambini che pian piano  maturano una maggiore presa di coscienza dei loro stili e dei loro comportamenti.

MARIA TERESA CARDARELLI

IL PROGETTO ‘VEDERE VOCI’ CONTINUA A CRESCERE

VEDERE VOCI è il titolo di un bel libro sul mondo dei sordi scritto dal neurologo americano Oliver Sacks. Maria Teresa Cardarelli, MusicArTerapeuta e artista di arti visive, ha ripreso questo titolo per dar vita al progetto triennale di arte terapia e teatro- fiaba a favore dei bambini sordi, realizzato presso la scuola Figlie della Provvidenza di S. Croce di Carpi. Le voci dei sordi si possono soprattutto vedere, attraverso la lingua dei segni che queste persone utilizzano per comunicare tra di loro. Si tratta di una lingua vera e propria utilizzata in particolare nella terza edizione del progetto, grazie alla partecipazione di Azzurra Cacciapaglia e di Veronica Varricchio, insegnante sorda di Lis (Lingua dei Segni Italiana). In questi 3 anni il progetto ha coinvolto una ventina di bambini sordi dai 5 ai 10 anni e una decina di operatori e volontari del servizio civile.

La maggior parte dei bambini partecipanti fa uso di protesi, mentre una minoranza è munita di impianto cocleare. I gradi di sordità sono differenti, così come sono differenti le situazioni in cui questa calamità invisibile è sopraggiunta nel corso della vita. I bambini sordi hanno un naturale bisogno di comunicare, ma tutto ciò può infrangersi contro il muro dell’indifferenza sociale portandoli all’isolamento. Fondamentali dunque sono supporti e strumenti atti a favorire l’espressione personale e di gruppo che spazino dalla comunicazione non verbale aquella verbale. Per raggiungere questi obiettivi, il progetto VEDERE VOCI si è avvalso della MusicArTerapia nella Globalità dei Linguaggi, e del Teatro- Fiaba con le carte, una declinazione del sociodramma moreniano classico, in via di sperimentazione.

Nel 2015 il progetto VEDERE VOCI è stato finanziato dalla scuola Figlie della Provvidenza, nel 2016 da una campagna di crowdfunding e nel 2017 interamente dal distretto Leo 108 Tb.Il video che verrà presentato  il 24 maggio, oltre a documentare alcune delle attività svolte e la metodologia utilizzata desidera essere un ringraziamento a tutti i sostenitori di questa profonda esperienza umana ed  artistica.

LEGGERE GLI SCARABOCCHI E LE TRACCE GRAFICHE CON LA TEORIA DEGLI STILI PRENATALI

Sugli scarabocchi si registrano commenti contrastanti: da ‘Sono i paciughi dei piccoli e non significano nulla’ a ‘Sono l’arte gestuale pura dei più piccoli’. Resta il fatto che per molti gli scarabocchi risultano segni piuttosto misteriosi. Il gesto che produce lo scarabocchio è movimento e il movimento è espressione corporea ed emozionale. Per cercare di codificare tali espressioni ci può venire in aiuto la teoria degli stili prenatali, secondo la quale le arti continuano un’educazione iniziata in rappresentazioni sensoriali nel grembo materno. (Guerra Lisi Stefania, Stefani Gino ‘Gli stili prenatali nelle arti e nella vita, Borla ed.) La vita prenatale è vita ed esperienza a tutti gli effetti per ogni essere, queste sono le nostre memorie, quelle che ci portiamo dentro. Tutti all’inizio siamo stati un piccolo conglomerato di cellule, una morula nel liquido amniotico, cioè un PUNTO . Il primo tipo di movimento che abbiamo sperimento e registrato come PUNTI è il CONCENTRICO-PULSANTE che si connota per essere un movimento circolare intorno ad un perno fisso.Il PUNTO lo ritroviamo anchenel movimento RITMICO-STACCATO che corrisponde al piacere di protendersi e del ritrarsi, quando la morula diventa un feto con le sue propaggini (testa,braccia, gambe). Infine il PUNTO è presente nella CATARSI della nascita, identificandosi come punto di distacco alla base della schiena, nel momento delle doglie espulsive. Il movimento della morula nel liquido amniotico, oltre ad essere CONCENTRICO, è anche DONDOLANTE (avanti e indietro) e questo ci ha fatto sperimentare la LINEA. Lo sviluppo della LINEA lo troviamo in particolare quando il feto con gli arti inizia a produrre movimenti MELODICI in assenza di gravità. Dal piacere di lasciarsi andare, tipico dello stile dondolante, si passa al compiacimento di produrre effetti dello stile melodico. Lo sviluppo graduale degli arti e la tonicità del movimento ci ha portato ad una articolazione sempre più ampia fino al rotolamento del corpo intero espresso dal movimento ROTEANTE. Infine, l’ esperienza della SUPERFICIE è legata alla rappresentazione di onde di pressione su tutta la pelle. Questa dimensione l’abbiamo percepita nel ventre materno ,quando il nostro corpo ormai grande era molto limitato nei movimenti. In questa fase aumentano i movimenti oculari e il ‘sonno fetale attivo’, cioè i movimenti diventano psichici. Prima della CATARSI della nascita, quando il bambino diventa prigioniero dello spazio, la natura gli offre così la risorsa dell’IMAGO-AZIONE . Nella nostra vita prenatale abbiamo dunque fatto esperienza concreta e motoria di cosa è siano punto, linea e superficie, elementi questi che costituiscono i parametri fondanti di qualunque espressione grafica,dunque anche degli scarabocchi.I movimenti che abbiamo sperimentato nel ventre materno, con le loro connotazioni emozionali si possono riassumere così in sette stili.

1-STILE CONCENTRICO-PULSANTE : è l’origine della vita, il punto, il nucleo che si espande, l’individuo centrato su se stesso, il sentirsi al centro, la meditazione. Il centro che si muove intorno ad un perno fisso. In arte i tutti i mandala, per esempio i rosoni delle chiese. Qui un paio di scarabocchi in stile concentrico eseguiti spontaneamente da due maschietti di 3 anni. I punti ed i cerchi espressi con i pennarelli vengono ripetuti creando un andamento di tipo concentrico.

2 – STILE DONDOLANTE: è lasciarsi andare, abbandonarsi, dondolare, cullarsi come movimento consolatorio.Esprime il bisogno di contenimento ed è lo stile della dipendenza, tipico dell’infanzia e dell’adulto problematico. In arte molte decorazioni liberty sono dondolanti. Questo scarabocchio di una bimba di 3 anni ha andamenti tipici di questo stile.

3 –STILE MELODICO: si lega alle aspirazioni e alle fantasie, è melodia, armonia, risonanza con l’ambiente circostante, piacere di produrre effetti, bramosia ascensionale. ‘La Primavera’ di Botticelli’ esprime uno stile melodico nella postura delle figure rappresentate, come lo esprime lo scarabocchio di questa bimba di 3 anni nell’ascensionalità del segno arancione.

4 -STILE ROTEANTE: è lo sviluppo del concentrico che si delinea in  forme a spirale (trottola, giostra, piroetta, vortici, turbini, volteggi) Indica il desiderio di libertà, la perdita del controllo, l’onnipotenza, l’estasi mistica, il valzer. Nelle arti visive lo stile roteante è tipico della pittura futurista e cinetica ed anche di questo scarabocchi eseguito spontaneamente da un bimbo di 3 anni con i pennarelli.

 

5- STILE RITMICO-STACCATO: ha a che vedere con l’ esplorazione dello spazio in un andirivieni, alla ricerca di sensazioni. E’ lo stile della crescita e dell’intenzionalità. E’ il piacere del comparire e dello scomparire, dell’allungarsi e del ritrarsi, produce un movimento segmentato (battiti, salti , colpi, avanti e indietro). In arte lo troviamo espresso nel cubismo e anche nello scarabocchio rosso-nero di questo bimbo di 3 anni.

6- STILE DELL’IMAGO-AZIONE: qui l’informale prevale sulla forma. Il corpo diventa prigioniero dello spazio. I movimenti dunque sono psichici:immaginazione, caos, viaggio, sogno, disorientamento, attesa, proiezioni e previsione dell’imminente cambiamento. E’ lo stile della crisi che preannuncia la catarsi della nascita. In arte molta pittura informale e contemporanea hanno queste caratteristiche, in campo più figurativo troviamo le opere di Chagall e Bacon. Anche questo scarabocchio multicolore di una bimba di 3 anni rientra in questa tipologia.

7 –STILE CATARTICO: corrisponde al direzionamento, al travaglio e alla nascita. Da un punto di vista motorio si parla di accentuazioni ritmiche, scarica, forza di gravità. Nella nascita si memorizza che il piacere è proporzionale allo sforzo. In arte l’action painting di J.Pollock esprime uno stile catartico, come questo scarabocchio intitolato ‘Fuochi d’artificio’ eseguito da un vivace maschietto di 3 anni e mezzo.

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A presto

M. Teresa Cardarelli