L’ARTI TERAPIA SI PUO’ FARE ON-LINE?

La pandemia di questo 2020, oltre a determinare in Italia una forte perdita di posti di lavoro, lasciando molte persone disoccupate e/o in balia delle politiche economiche del governo, ha profondamente influenzato e modificato il lavoro di milioni di individui e ovviamente anche il mio, di arti terapeuta, basato essenzialmente sulla relazione interpersonale e sul corpo a corpo. In particolare, quest’anno i laboratori artistico-espressivi e di Globalità dei Linguaggi in presenza che conduco da tanti anni nelle scuole sono stati pochi e a singhiozzo. Comunque, durante il lockdown totale, iniziato in Italia il 9 marzo 2020 e protrattosi fino all’inizio di giugno, ho cercato di fare “di ogni necessità virtù”, provando ad utilizzare le piattaforme on line di due scuole, unica alternativa percorribile a motivo delle chiusure. A partire da aprile dunque mi sono messa in gioco su questo fronte, perché non avevo intenzione di farmi paralizzare da una minuscola palla cosparsa di propaggini a trombetta che in realtà ha poi stravolto le nostre vite, ma all’inizio non potevo immaginare con quale profondità lo avrebbe fatto. Nella seconda metà di aprile ho così promosso, insieme all’équipe di “Vedere Voci Plus” la ricerca Dar voce ai bambini attraverso il disegno libero in tempi di lockdown (1) su due piattaforme scolastiche, coinvolgendo bambini sordi e udenti frequentanti due scuole elementari e alcune loro maestre.  Contemporaneamente, con una classe di terza media già conosciuta, ho implementato su piattaforma Cisco, insieme ad alcuni insegnanti, il laboratorio di arte terapia Viaggiare in una stanza (2)  Tutto ciò, visto il particolare momento che stavamo attraversando, ha costituito lavoro volontario non retribuito sia per me che per i miei collaboratori. Dalla ricerca appena citata è nata poi una nuova proposta laboratoriale Theater Carpet Tale (3) studiata appositamente per poter essere realizzata nelle scuole in tempo di Covid, con piccoli gruppi di bambini nel rispetto delle regole imposte alle scuole, che finalmente in settembre avevano riaperto i battenti. In ottobre questo nuovo laboratorio è stato realizzato con successo solo in una classe di seconda elementare perché poi, a motivo di nuove restrizioni anche dovute alla comparsa di alcuni focolai nelle scuole, non mi è stato più possibile continuare e dall’inizio di novembre il lavoro si è purtroppo arenato tra gli scogli di una pandemia gestita a colpi di DPCM con la logica alternata dello stop and go. Nel corso di questi lunghi e difficili mesi mi sono posta molte domande, e in particolare mi sono arrovellata su alcune.

Per il tipo di lavoro che svolgo è possibile utilizzare le piattaforme o comunque in generale la modalità on line senza snaturare il senso e l’essenza degli interventi, in definitiva è possibile fare arte terapia on line? Inoltre che cosa ha comportato ed eventualmente comporterà per me  usufruire di tali mezzi se la pandemia dovesse durare ancora a lungo? Ed infine che cosa comporta per l’utenza la modalità a distanza? In particolare cosa comporta per i bambini? E per gli adulti? 

Le poche provvisorie risposte che mi sono data, anche sulla base delle esperienze fatte in questi mesi, costituiscono solo l’inizio di una riflessione infatti, nonostante in tutta Europa sia partito proprio oggi il “Vaccine Day” che a detta della maggioranza degli epidemiologi e dei virologi ci farà voltare definitivamente pagina nel giro di un anno, molti economisti e sociologi affermano che in futuro dovremo tutti attrezzarci sempre più con le forme di lavoro a distanza. Quando ho cominciato a riflettere, per organizzare il laboratorio “Viaggiare in una stanza” mi sono subito dovuta scontrare con il fatto che i materiali di un laboratorio di arti terapia dovevano essere ahimè ridimensionati, anche perché in una situazione del genere è l’utenza che deve provvedere a recuperarli, mentre prima ero io che li fornivo nella misura e nelle specie che ritenevo necessarie per sviluppare un certo tipo di percorso. Certo si potrebbero fornire delle liste di materiali prima di iniziare, ma resta il fatto che, specialmente per i genitori, può essere oneroso rifornirsi sia in termini di tempo che di spesa, con il risultato che poi non tutti hanno il necessario per procedere. Inoltre solo in alcune abitazioni si possono recuperare discreti spazi liberi per lavorare con materiali diversi, magari anche a terra. Dunque, era necessario prima di tutto ridurre i materiali, proponendo quelli di più semplice reperibilità, anche perché proprio in quel periodo le cartolibrerie erano chiuse e paradossalmente nei supermercati anche semplici album e colori erano generi che non si potevano comprare. Poi fin da subito era chiaro che on line alcune attività che riguardano soprattutto la dimensione corporea sarebbero state improponibili, l’interfaccia di un piccolo schermo non permette di utilizzare il corpo nello spazio e questo è molto penalizzante specialmente per i bambini e i soggetti portatori di handicap. Dunque, un altro elemento era che il laboratorio sarebbe dovuto essere molto più statico del solito. Infine, gli insegnanti che collaboravano con me sul progetto mi avevano pregata di ridurre i tempi dei laboratori che di solito sono di 90 minuti, in quanto i ragazzi non dovevano giustamente sforare un certo numero di ore davanti al pc.  Ovviamente, togliere materiali, togliere movimento e ridurre i tempi significava rinunciare ad una buona fetta di possibilità espressive, obiettivo fondamentale delle arti terapie. Infine, quando ci siamo ritrovati tutti sulla piattaforma Cisco per il laboratorio ho potuto constatare molto presto che veniva a mancare quella fondamentale energia del gruppo realizzabile solo in carne e ossa e nel qui ed ora. Ognuno era un atomo che si interfacciava con altri atomi all’interno di uno spazio virtuale. Non solo, anche la stessa comunicazione verbale risultava difficoltosa per diversi ordini di motivi. Primo tra tutti la connessione che per alcuni andava e veniva per cui bisognava ripetere le cose molte volte con effetti di ridondanza molto disturbanti. La modalità on line, inoltre, prevede competenze tecniche da implementare su più fronti e alle volte anche in contemporanea: ascoltare/comprendere, intervenire prenotandosi, condividere immagini/documenti prodotti, saper regolare i microfoni, silenziandoli quando si ascolta e attivandoli quando si parla, attivare e disattivare la telecamera, saper usare la chat per comunicazioni generali o personali. Insomma, bisogna padroneggiare bene il mezzo ed essere in un luogo dove c’è una buona connessione. 

Questi due ultimi aspetti in particolare creano delle differenze di partenza che rischiano di compromettere la partecipazione di alcuni rispetto ad altri. Questo punto è molto importante perché un altro obiettivo delle arti terapie è quello di permettere a tutti i componenti del gruppo di esprimersi a tutto tondo, ma se le condizioni di partenza sono molto differenziate questo aspetto non viene più soddisfatto. Dunque, anche se alla fine il laboratorio ai ragazzi è piaciuto e la loro partecipazione a detta degli insegnanti è stata attiva io ero un po’ delusa perché avevo potuto constatare personalmente che con i laboratori on line si snaturava buona parte dell’intervento. L’alternativa però era ed è purtroppo tuttora non fare nulla. Ovviamente, in questi mesi ho anche dovuto approfondire l’uso delle piattaforme e devo dire che al di là di qualche tutorial più o meno ben fatto, di manuali in lingua italiana che spieghino chiaramente tutte le possibilità che questi mezzi offrono c’è ancora ben poco. Infine, ho rilevato che se con gli adulti sarebbe anche possibile lavorare discretamente con la modalità a distanza (l’ho sperimentato facendo sessioni on line di psicodramma e formazione), con i bambini e i ragazzi costituisce un tale impoverimento da scoraggiarmi a intraprendere seriamente questa strada. Diversamente le cose sono andate per la ricerca promossa on line nelle due scuole elementari, nel senso che lì non si trattata di gestire dei laboratori, ma una consegna abbastanza precisa che i bambini partecipanti potevano eseguire autonomamente a casa inviando poi l’elaborato finale: cioè un disegno libero eseguito in tempo di lockdown con la tecnica desiderata (matite, pennarelli, tempere, acquerelli, pastelli, collage). Devo dire che alla fine dell’operazione, quando in settembre è stato finalmente possibile consegnare alle classi partecipanti il grande telo con la riproduzione di tutti i disegni, durante una pubblica conferenza, la gioia e l’entusiasmo dei bambini sono stati molto palpabili e hanno costituito per me fonte di grande soddisfazione. In un momento per loro molto difficile si sono sentiti di far parte di un progetto comune che è sfociato in un’opera collettiva, grazie alla sponsorizzazione del Leo Club giovani di Carpi. In definitiva la partecipazione a questa ricerca li ha fatti sentire un gruppo che ha condiviso emozioni ed esperienze attraverso la produzione artistica. Da questa opera collettiva ho poi elaborato il nuovo laboratorio Theater Carpet Tales che come dicevo è stato possibile fare in presenza solo con una classe di seconda elementare nel mese di ottobre. Questo promettente laboratorio sarà l’oggetto del prossimo post. Concludendo, il 2020 è stato un anno particolarmente complesso dove la riflessione e lo studio sono stati prioritari rispetto al fare e le domande sono state molto più numerose delle risposte.

(1) I risultati della ricerca sono reperibili su questo blog al seguente link :
https://www.tau-lab.com/ricerca-dar-voce-ai-bambini-attraverso-il-disegno-ai-tempi-del-corona-virus-report/

La ricerca ha costituito la sesta edizione di Vedere Voci Plus/2020

(2) Laboratorio di arte terapia incentrato sul disegnare i propri sogni.

(3) Laboratorio teatrale e narrativo che ha come base di partenza disegni riprodotti su un tappeto che costituisce la scena su cui  interagire

Dodici giorni in Israele

Dodici giorni In Israele è un romanzo scritto a quattro mani da Maria Teresa Cardarelli e Ivana Sica con la postfazione di Giampaolo Anderlini, edito nel 2020 da Compagnia editoriale Aliberti  e disponibile nelle librerie dal mese di  dicembre e anche on line.

Contenuto non disponibile
Consenti i cookie cliccando su "Accetta" nel banner"

Tania, una cinquantenne e Paco, un giovane di ventisei anni, sono i protagonisti del romanzo che si svolge in Israele durante un pellegrinaggio di dodici giorni, dal 9 al 21 novembre 2012.
L’Italia è ferita dal terremoto in Pianura Padana successo pochi mesi prima, mentre sta per scoppiare un’altra crisi israelo-palestinese che coinvolgerà tutto il gruppo dei pellegrini. In questa manciata di giorni, i due protagonisti, che non si conoscevano, intraprendono un viaggio di consapevolezza interiore che li porterà a maturare e a confrontarsi su temi particolarmente sensibili: il peso del passato, la ricerca della fede e i conflitti interpersonali che la loro nascente amicizia contribuirà a dipanare.

Le due autrici si sono conosciute durante un viaggio in Israele, dov’è nata la loro amicizia. 

Ivana Sica è una scrittrice ed esperta di comunicazione. Dal 2017 tiene corsi di Scrittura Creativa. Ha pubblicato: ROSA CONOSCE IL MARE (Artestampa – 2010), RIDI SEMPRE (Artestampa -2015), ALLA FINE DI QUESTA GIORNATA (Il Rio – 2018). Ha curato diverse antologie: IL RUMORE DELLA TERRA (Historica – 2018), TEMPI DIVERSI (Il Rio – 2019), TRACCE (Compagnia editoriale Aliberti – 2020). www.ivanasica.it

Maria Teresa Cardarelli è sociologa, artista di arti visive e plastiche, arti-terapeuta e scrittrice. Ha esposto le sue opere in Italia e all’estero e nel 2000, per l’editore Mazzotta, ha pubblicato come ‘TAU’ il libro ARGENTO VIVO che raccoglie sue opere, brevi racconti e poesie. Ha altresì pubblicato saggi sulla condizione minorile per la Franco Angeli e la Morcelliana e ricerche sulle arti-terapie in riviste specializzate. Dal 2014 sul sito www.tau-lab.com cura il TauLaBlog, su arte benessere e consapevolezza.

 

QUANDO NATURA E ARTE SI INCONTRANO: Istruzioni per l’uso ai tempi del Coronavirus

Tutto ciò che è natura risuona in noi emotivamente, sia che si tratti di alberi, arbusti, fiori, foglie, frutti, animali, rocce.  Cito lo scrittore, filosofo Ernst Junger “Quando tutto è silenzio le cose cominciano a parlare: pietre, animali e piante diventano fratelli e sorelle e ci comunicano ciò che è nascosto”. Questa citazione mi sembra molto appropriata in questo periodo di isolamento forzato e forse anche di silenzio interiore, dove ciò che è nascosto, il Coronavirus, ci minaccia pesantemente portandoci però nel contempo anche un messaggio su cui dovremmo riflettere: “Fermatevi, ascoltate, cambiate”. Quella natura che noi bistrattiamo costantemente con i nostri stili di vita, oggi sta prendendosi pian piano la sua rivincita: l’inquinamento in tutta la pianura padana si è notevolmente abbassato, nei canali di Venezia si può vedere il fondo a occhio nudo, gli animali più impensati, come i caprioli, stanno tornando ad uscire allo scoperto nelle nostre campagne. In particolare, l’intimo legame fra noi e il mondo vegetale è anche testimoniato nei miti, dalle infinite metamorfosi di esseri umani in fiori o piante, oppure dalle miracolose fecondazioni di donne o ninfe che inghiottono un seme o un fiore per ottenere la fertilità. La Bibbia stessa è intrisa di simbologia vegetale: nel vangelo di Giovanni leggiamo che il Cristo è la vite e i discepoli sono i tralci,  nel libro del profeta Isaia si parla dell’albero-antenato di Jesse che si riferisce alla genealogia del Cristo. Da questa rappresentazione simbolica deriva il cosiddetto albero genealogico che ognuno di noi possiede, rappresentato dai genitori, dai nonni, dai bisnonni e dai trisavoli. In quasi tutte le tradizioni mistiche occidentali e orientali l’albero con le sue radici, rami, foglie, fiori e frutti connette l’uomo alla divinità. L’albero è simbolo dell’uomo primordiale e del cosmo. Il mondo vegetale è anche intimamente legato alla terapia e alla cura dell’individuo, basti pensare che nei monasteri medievali di tutta Europa esistevano laboratori di erboristeria medica, in epoca più recente è stata la medicina fitoterapica che ha rivisitato questa cultura millenaria. Nella storia dell’arte la simbologia vegetale può annoverare moltissimi esempi illustri: la Primavera di Botticelli, l’allegoria della Primavera dell’Arcimboldo, il giovane Bacco di Caravaggio, per giungere alle ninfee di Monet, agli Iris e ai Girasoli di Van Gogh. L’arte fin dall’antichità ha stabilito un rapporto privilegiato con la natura che anche oggi si manifesta per esempio in tutte le forme di Land Art più o meno effimere sparse per il mondo (immagine di apertura Tau ‘Abito il confine’ Arte Sella 2005). Ma come si esprime la natura nelle sue forme? Spesso attraverso  simmetrie, ripetizioni, circolarità, caratteristiche tipiche anche dell’arte dei mandala. Qui per esempio vediamo in tutta la loro semplice bellezza dei mandala naturali: la base di un cespo di radicchio, l’interno di un caco mela, l’interno di una cipolla.

La parola mandala deriva dal sanscrito e significa essenza e prendere, cioè contenere l’essenza, inoltre viene tradotta anche come cerchio-circonferenza. Nelle culture orientali, queste configurazioni, che rivestono sempre un carattere spirituale, vengono tuttora eseguite dai monaci con sabbie colorate a fini rituali e per favorire la meditazione, dopodiché vengono distrutte per ricordarci la transitorietà di ogni cosa terrena. Presso i popoli di cultura sciamanica, come gli Indiani d’America e gli Aborigeni australiani, i mandala vengono costruiti a fini profetici e curativi. Tutte le figure circolari ma anche i quadrati e i triangoli che hanno un punto di convergenza centrale possono rientrare in questa definizione. Secondo il padre della psicologia analitica Carl Gustav Jung, il mandala costituisce un vero e proprio archetipo universale. La parola archetipo deriva dal greco e significa modello primitivo, assoluto ed autonomo. Jung ne cita numerosi esempi anche in ambito occidentale. In pittura, le aureole che circondano il capo di Cristo, della Madonna e dei Santi sono delle formazioni di questo tipo, come anche il Cristo contornato ai quattro lati dagli evangelisti sotto forma di aquila (Giovanni), leone (Marco), toro (Luca) e uomo alato (Matteo), ma anche la Croce stessa e i rosoni delle cattedrali. Le nostre cattedrali sono anche ricche di mandala di pietra, li troviamo per esempio nei bassorilievi che compongono il fonte battesimale ottagonale dello scultore Guido Bigarelli, nel battistero di S. Giovanni a Pisa, come possiamo vedere nell’immagine seguente. Anche nella pietra i motivi floreali e vegetali campeggiano, insieme alle testine di animali ed esseri che si trovano posizionati ai quattro punti cardinali.

Jung annoverò tra i mandala anche i piani urbanistici di alcune città antiche come Roma, alcuni borghi medioevali e anche città più recenti come Washington. Il mandala, essendo un archetipo, è una configurazione universale, impersonale che risiede nel nostro inconscio collettivo e per tale regione è ereditaria. L’essere umano del passato, così come quello contemporaneo, l’ha ereditata culturalmente così come si eredita il colore degli occhi o dei capelli.  Il mandala inoltre opera a livello psichico e in particolare costituisce un legame importante tra la sfera razionale e cosciente dell’individuo e quella inconscia-emozionale. Sono convinta che oggi abbiamo un disperato bisogno di connettere maggiormente queste due sfere perché il campo della nostra consapevolezza individuale e sociale si approfondisca e produca dei nuovi frutti. La mia pratica di MusicArTerapeuta nella Globalità dei Linguaggi è sempre andata in questa direzione con le persone con cui ho avuto la gioia di lavorare, purtroppo oggi, e per non so per quanto, dovrò cambiare modalità operative. In questo tempo di pandemia continuerò a pubblicare sul blog del sito www.tau-lab.com  degli articoli che possano essere utili alle persone per intraprendere delle attività artistiche con i mezzi che generalmente abbiamo a disposizione a casa. Ecco perché vi propongo di realizzare mandala vegetali nelle vostre abitazioni, magari insieme ai vostri figli o insieme ai vostri anziani.

Potete utilizzare oltre a foglie e fiori freschi o secchi anche ramoscelli, sassolini e la buccia dei frutti che consumate, opportunamente tagliata. Nel caso li facciate su un piatto sufficientemente grande e rotondo possono diventare dei bellissimi centro tavola. Se lo desiderate potete inviarmi foto delle vostre creazioni per e-mail (teresa.cardarelli@gmail.com), così che le possa condividere sulla pagina di fb del TauLaBlog citandone gli autori. Anche questo è un modo per condividere in questo tempo di distanziamento sociale. L’attività artistica può produrre molti benefici, in particolare realizzare mandala induce la creatività, il rilassamento e la meditazione. Secondo Jung, il mandala più equilibrato è quello che si esprime nella circolarità convergente al centro con moduli quaternari. A questo modello si richiama anche questo mandala vegetale che realizzai insieme ad un gruppo di persone anni fa, composto  di foglie, fiori, cortecce e paglia: un centro verso cui tutto converge con strade di accesso che delineano quattro settori che a loro volta indicano i quattro punti cardinali.

Il Nord connesso alla stagione invernale, alla mezzanotte e all’elemento Terra; il Sud all’estate, al mezzogiorno e all’elemento Fuoco; L’Est alla primavera, all’alba e all’elemento Aria ed infine l’Ovest connesso simbolicamente all’autunno e all’elemento Acqua. Buona Arte a tutti! Vi abbraccio virtualmente, coraggio ce la possiamo fare. 

ALZHEIMER ENSAMBLE PARTE TERZA

Laboratorio di Globalità dei Linguaggi ‘FOTORICORDI’ per pazienti Alzheimer e caregiver

“Il lavoro creativo è sospeso tra la memoria e l’oblio.”

Jorge Luis Borges

Anche nel 2019 il GAFA (1) mi ha chiesto di elaborare un percorso di MusicArTerapia nella Globalità dei Linguaggi (2) a favore di pazienti Alzheimer e loro caregiver, per sette coppie inviate dal reparto geriatrico, sotto la supervisione della dottoressa Vanda Menon (3). Questa volta il percorso ha preso le mosse da un famoso aforisma di Jorge Luis Borges sul lavoro creativo che ha assolutamente anticipato le più recenti ricerche neurologiche relative allo studio della memoria e dell’oblio come due funzioni fondamentali del cervello umano. Fino a poco tempo fa, i neurologi consideravano l’oblio, le dimenticanze e in generale la perdita di informazioni per scarsa memoria un vero e proprio deficit cognitivo da contrastare con ogni mezzo possibile, ma recentemente, alcune ricerche hanno messo in luce la funzione adattiva di questi fenomeni (4). Infatti, oggi esistono prove dell’esistenza di meccanismi finalizzati alla rimozione dei ricordi. Un meccanismo consiste nell’indebolimento o nell’eliminazione delle connessioni sinaptiche tra i neuroni in cui vengono codificati i dati e un altro  consiste nella generazione di neuroni a partire dalle cellule staminali. Dunque, per avere una buona memoria e prendere decisioni in un sistema sempre più complesso è anche utile dimenticare informazioni non strettamente necessarie. Già Sigmund Freud, relativamente al processo di rimozione, sosteneva che alle volte per poter continuare a vivere il nostro cervello è in grado di dimenticare letteralmente ferite o traumi ritenuti inaccettabili. La funzione adattiva dell’oblio sembra così gettare nuova luce anche sull’ Alzheimer, una delle malattie più temute di questo secolo, dove la dimenticanza, lo smarrimento e ciò che ne consegue è pane quotidiano. Nell’ottica della Globalità dei Linguaggi dare un senso ai comportamenti cd. insensati ,spesso associati a forme di handicap e patologie ,è un punto di partenza fondamentale in quanto l’essere umano, proprio nelle condizioni compromesse, attiva degli adattamenti che equivalgono a vere e proprie strategie di sopravvivenza. Dar ragione di questi comportamenti è necessario sia per il malato che per il caregiver che si trova a relazionarsi con una persona diversa da prima che spesso vive momenti di regressione. Su questi temi anche il lavoro creativo ci può fornire spunti di riflessione molto interessanti. Da dove viene la creatività? A tal proposito Borges parla di sospensione, cioè di una situazione instabile, per esempio, si sta sospesi su una fune. Immaginiamo e visualizziamo per un attimo proprio una fune che si pone come linea di demarcazione tra le cose certe ed assodate che fanno parte della nostra esperienza e delle nostre certezze da una parte e il non sapere, il rischio, la sperimentazione dall’altra. Possiamo dire allora che l’arte è sospesa tra razionalità e ispirazione tra conscio e inconscio tra memoria e oblio e che è proprio il dialogo tra queste diverse realtà che la fa fiorire, insieme alle sue provocazioni che da sempre ci interrogano. L’arte espressa dal pensiero creativo vive sul confine, vive sospesa. Questo essere sospesi e in bilico è anche la condizione che contraddistingue il paziente Alzheimer e la sua famiglia ed è proprio tenendo presente questa condizione che il progetto ‘FotoRicordi’ è stato elaborato per dar modo alle coppie di interagire secondo un dialogo che partisse da questi presupposti, non dimenticando l’importanza del principio di piacere, facilitato da un’attività a coppie dove il paziente e il suo caregiver si relazionavano attraverso delle immagini. Le immagini sono state utilizzate per attivare le risorse della coppia, per migliorare il loro benessere, la loro autostima e la loro comunicazione, facilitando da una parte l’emersione di ricordi biografici e dall’altra favorendo l’apertura di nuovi scenari. Infatti, prima dell’inizio del percorso, i pazienti sono stati invitati a cercare con l’aiuto dei loro caregiver tre fotografie personali: una relativa alla loro infanzia, una relativa all’età adulta e una fotografia attuale. Durante i laboratori il paziente veniva invitato dal caregiver a collegare ogni sua fotografia personale a gruppi di immagini desunte da riviste illustrate. Questi insiemi di immagini si sono formati per associazioni visive che potevano scaturire sia da frammenti di ricordi che da semplici accostamenti di colori o di forme che in quel momento erano significativi per la persona. Le immagini per loro natura appartengono ai linguaggi non verbali e sono in grado di toccare profondamente la sfera emotiva ed emozionale. Così sfogliando in coppia riviste illustrate, gli occhi cadevano su marine, montagne, città, oggetti che spesso conducevano a ricordi di località visitate, di persone incontrate, di esperienze, di sensazioni. Durante le associazioni di immagini i caregiver trascrivevano cosa i pazienti dicevano in merito. I testi ben lungi dall’essere delle descrizioni, raccontano e rivelavano momenti di vita vissuti ed emozioni che le immagini sono riuscite a far affiorare.  Questi testi, come si può vedere dal breve video, sono stati inseriti nei collages di immagini con esiti molto interessanti. Il percorso si è sviluppato in tre incontri di due ore ciascuno per sfociare in una mostra al TauLab nel mese di dicembre 2019, dove sono stati esposti gli elaborati delle coppie partecipanti sotto forma di album e sculture di carta.

                                                                                                                                                                        Maria Teresa Cardarelli

Note al testo

  1. GAFA (Gruppo Assistenza Familiari Alzheimer) dal 1998 ha iniziato ad operare a fianco delle famiglie che hanno al loro interno un malato di demenza. Costituitasi come organizzazione di volontariato nel successivo anno 2000, l’Associazione opera a Carpi, Campogalliano, Soliera e Novi di Modena grazie all’impegno dei soci volontari e con la collaborazione di diverse figure professionali per realizzare attività e progetti integrati con quelli socio-sanitari pubblici e privati esistenti nel territorio.
  2. www.centrogdl.org
  3. Vanda Menon, medico referente Centro Disturbi Cognitivi e Demenze AUSL Mo, distretto di Carpi.
  4. Blake A. Richards, Paul W. Frankland “The persistence and transience of memory”, sta in  Neuron, June 21,2017

ALZHEIMER ENSAMBLE PARTE SECONDA

Punto-Linea-Superficie: il lavoro del cervello

Laboratorio di Globalità dei Linguaggi per pazienti Alzheimer e caregiver

 

Visto i buoni risultati ottenuti nel primo laboratorio di Globalità dei Linguaggi (1) a favore di pazienti Alzheimer e loro caregiver, il GAFA (2) ha promosso un percorso più articolato e approfondito per un numero di coppie selezionate dal centro geriatrico che ha avuto luogo presso il TauLab nel 2018. Uno dei punti forti di questo progetto, attuato in compresenza con la dottoressa Vanda Menon e due volontarie GAFA, è stato quello di proporre pratiche laboratoriali che potevano essere ripetute a casa con l’ausilio di semplici materiali forniti al termine degli incontri. Le tracce prodotte a casa venivano poi portate al laboratorio successivo, accompagnate da un breve questionario compilato dai caregiver che esprimevano il loro punto di vista relativamente al livello di coinvolgimento e interesse dimostrato nell’attività riproposta, notando eventuali differenze tra l’attività svoltasi in laboratorio, dove era presente tutto il gruppo e l’attività casalinga. Le restituzioni dei caregiver avvenivano all’inizio di ogni incontro insieme alla geriatra e alla sottoscritta lasciando spazio per domande e chiarimenti, mentre le due volontarie introducevano il tema del giorno ai pazienti tramite semplici giochi da tavolo. Poi i caregiver raggiungevano i loro cari per il laboratorio vero e proprio. Questa metodologia ha permesso di monitorare gli effetti delle proposte e di portare aggiustamenti in progress, oltre a verificare l’estrema utilità di passare anche tra le mura domestiche un tempo di rilassamento e condivisione tramite il fare artistico condiviso. “Se cambia il tempo, cambia anche l’umore e non vuole essere contrariato. Ha paura di non contare più o poco…Quando mi metto a disegnare a casa, allora arriva anche lui e mi sembra che si diverta, io mi sento un po’ negata, ma con la consapevolezza che lo faccio per stimolarlo.”  “L’esperienza proposta l’abbiamo fatta in quattro ed è risultata simpatica a tutti, poi si sta in compagnia e si ride. S. dice che vorrebbe sempre la compagnia bella.” (3) Essendo le coppie inviate al progetto tutte nuove, abbiamo riproposto il laboratorio “Sotto/Sopra” di cui ho  parlato nella puntata precedente, verificando sostanzialmente anche in questa occasione le conclusioni della volta scorsa. Successivamente, abbiamo lavorato sui concetti di Punto, Linea e Superficie (PLS) che costituiscono dei potenti mezzi espressivi. L’horror vacui di fronte al foglio bianco è un classico, specialmente quando il suggerimento è quello di fare ciò che si desidera, perché siamo talmente abituati ad eseguire delle consegne che la libertà può veramente bloccare. “Ci siamo accorti che siamo un po’ impacciati a lasciarci andare, c’è un po’ di difficoltà ad usare la fantasia, ma rotto il ghiaccio poi si va.” (4)  Infatti, la tecnica PLS rende l’espressione grafica semplice e spontanea: a partire da un insieme di punti sparpagliati casualmente a piacere sul foglio e collegati con delle linee abbiamo l’emersione automatica di superfici e reti. Il secondo passaggio è quello di interpretare le forme emerse, aggiungendo quei particolari che le individuano ancor più chiaramente e poi di colorarle a piacere. Questa tecnica è stata proposta in un lavoro a coppie dove il caregiver affiancava il paziente sul lato destro. Il caregiver disegnava dei punti che poi il paziente univa, infine il primo interpretava la forma emersa, facendola sperimentare al proprio caro attraverso il tatto, prendendo e accompagnando  la sua mano destra in modo che il paziente potesse ripercorrere con l’indice i contorni del disegno. Successivamente i ruoli venivano scambiati. “Con i puntini da collegare mia madre è più disponibile perchè riesce a farlo bene, le risulta invece più difficile intravedere qualcosa nel disegno, alla fine però ci abbiamo riso sopra.” (5) Dopo l’esplorazione tattile dei disegni realizzati in coppia e dopo la loro coloritura il caregiver invitava il proprio caro a raccontare qualcosa che i due disegni insieme potevano suscitare. Il breve racconto veniva registrato in forma scritta dal caregiver e successivamente riletto al paziente che osservava i disegni in sequenza. Infine, è stato realizzato anche un breve racconto di gruppo a partire da alcuni disegni che potrebbe essere l’incipit di una fiaba dove sono presenti però anche elementi legati alla vita dei pazienti, come una località montana frequentata e il cagnolino di famiglia. “Siamo nel medioevo al torneo di giochi di Fiumalbo in montagna. Si dovevano svolgere delle gare podistiche con l’armatura, poi una sfida di aquiloni e lancio di coltelli. Il castoro birichino si era nascosto dentro alla coppa piena di noci, ma il cagnolino del re Lillo iniziò ad abbaiare e lui venne scoperto.” Le attività sono sempre state accompagnate da musiche atte a favorire il rilassamento e questa pratica è stata da alcuni utilizzata anche durante le attività casalinghe. “Mentre disegnavamo, ascoltando musica classica, ogni tanto mia madre fischiettava, poi ho dovuto alzare il volume della musica perché non ci sente bene. Mentre dipingeva si è ricordata che anche mio padre quando era giovane aveva fatto dei quadri.”  La tecnica grafica PLS imita in piccolo il lavoro incessante del cervello umano, infatti semplificando all’estremo, potremmo dire che i punti, come i neuroni cerebrali, vengono connessi attraverso delle linee, cioè le sinapsi, realizzando delle superfici, cioè le reti neurali. Questi movimenti continui nel nostro cervello sono alla base dell’apprendimento permettendoci, per esempio, di ricordare i visi delle persone, di fare svariate operazioni, nonché valutazioni in merito a come si potrebbe evolvere una certa situazione sulla base di esperienze simili già vissute. Nella patologia Alzheimer questi movimenti neurali cerebrali rallentano progressivamente causando una svariata serie di sintomi come la perdita della memoria breve, il disorientamento spaziale e nei casi più gravi anche la mancanza di riconoscimento dei familiari e di sè stessi. Dunque, disegnare quei movimenti stimola un’attività che il nostro cervello fa abitualmente e nei casi di esordio della malattia o in quelli non eccessivamente compromessi si rivela essere un’utile e divertente pratica artistica per rallentare il decadimento cognitivo. 

Gennaio, 2020

Maria Teresa Cardarelli

 

Note al testo

1  www.centrogdl.org

2 GAFA (Gruppo Assistenza Familiari Alzheimer) dal 1998 ha iniziato ad operare a fianco delle famiglie che hanno al loro interno un malato di demenza. Costituitasi come organizzazione di volontariato nel successivo anno 2000, l’Associazione opera a Carpi, Campogalliano, Soliera e Novi di Modena grazie all’impegno dei soci volontari e con la collaborazione di diverse figure professionali per realizzare attività e progetti integrati con quelli socio-sanitari pubblici e privati esistenti nel territorio.

3-4-5  Brani tratti dalle schede ‘Raccolta delle riflessioni dei caregiver ’

ALZHEIMER ENSAMBLE – PARTE PRIMA

Da due anni, insieme al GAFA (1) e alla geriatra dott.ssa Vanda Menon collaboro in qualità di MusicArTerapeuta nella Globalità dei Linguaggi (GdL) (2) nella conduzione di laboratori a favore di pazienti Alzheimer insieme ai loro caregiver (3). Tali interventi s’ inscrivono all’interno del Progetto Persona che vede sempre il paziente inserito in un contesto familiare e sociale con le proprie attitudini e le proprie risorse. In particolare, il progetto nel suo complesso punta a supportare e ad approfondire la relazione comunicativa tra il malato e il familiare che di solito si occupa in modo specifico e continuativo del proprio caro e a creare dinamiche di condivisione di gruppo per quelle famiglie che si trovano ad affrontare questa invalidante malattia. In tal senso, il progetto di GdL si differenzia da tante altre attività che vedono volontari e professionisti agire su gruppi di malati da una parte e gruppi di familiari dall’altra. Proprio perchè questi malati vivono ancora in famiglia il loro benessere, seppur nel contesto della malattia, molto dipende dal clima familiare che respirano. Spesso, il grado di sofferenza e stress dei caregiver supera di gran lunga quella dei malati che generalmente non sono pienamente consapevoli del loro stato e di ciò che la malattia comporta. Mi è capitato più volte di interagire con caregiver decisamente più depressi e scoraggiati dei loro familiari malati e proprio per tale ragione, tempi condivisi in cui poter comunicare con modalità nuove che permettano al paziente e al proprio familiare momenti di benessere, fiducia, curiosità e scoperta reciproca sono fondamentali, nel contesto di specifiche attività di tipo artistico/musicale mirate a contenere anche il progressivo declino cognitivo dei malati. La scelta specifica di proporre attività in coppia malato/caregiver all’interno del gruppo favorisce poi le reti amicali tra famiglie che grazie all’instancabile lavoro dei volontari dell’associazione si sentono supportate anche nel più ampio contesto sociale. Ma ora veniamo a descrivere più in dettaglio alcuni laboratori proposti che hanno visto coinvolte trenta coppie di persone. 

Il laboratorio “Sotto/Sopra”

Nel laboratorio multisensoriale “Sotto/Sopra” è stata utilizzata un’ampia gamma di linguaggi e stimoli non verbali, tra cui la produzione di immagini, per favorire una comunicazione piena e profonda tra le coppie di persone che dipingevano l’una di fronte all’altra in una prospettiva visiva volutamente rovesciata. Il sottosopra può infatti costituire una buona metafora per la patologia Alzheimer che mette spesso e volentieri i malati e i loro caregiver in condizioni spiazzanti. Prendere  visivamente atto di questa condizione sottintendeva entrare in una prospettiva che nell’espressione artistica contemporanea è spesso in grado di aprire scenari inattesi. In altre parole, la patologia ci mette forzatamente sottosopra, ma anche in questa scomoda situazione possiamo comunicare scoprendo nuove realtà e possibilità. Altri obiettivi dell’intervento sono stati quelli di creare un ambiente contenitivo atto a favorire la libera espressione e il piacere di fare, dando un senso a quelli definiti generalmente “comportamenti insensati” che in questi pazienti si esplicitano attraverso schemi ripetitivi o stereotipati. La consegna fatta agli accompagnatori era stata quella di rispettare i ritmi e le scelte dei pazienti con stadi della malattia differenziati e relativamente all’attività pittorica, la sospensione del giudizio sul proprio operato e su quello dell’altro. Siamo partiti così dal corpo come matrice di segni, con i suoi vissuti e le sue memorie, anche quelle che la mente poteva aver dimenticato, grazie alla stimolazione sensoriale attivata con un massaggio alle mani dove all’inizio il ricevente era il malato. Nel corso del massaggio alcuni pazienti che avevano ricevuto hanno poi restituito, accarezzando le mani del proprio caro. Una cosa così semplice, ma intima, ha commosso più di una persona durante il massaggio che poteva venire applicato per un tempo indeterminato, alla fine del quale le persone avrebbero potuto cominciare a dipingere con le dita utilizzando gli acquerelli e anche il caffè per stimolare l’olfatto. Spesso prima dei laboratori c’è un’accoglienza dove questa bevanda viene offerta per cui ritrovarla come medium pittorico ha fatto sì che il clima conviviale iniziale e il piacere di stare insieme potesse naturalmente perpetuarsi durante un’attività del tutto nuova. Con il tatto anche l’udito è stato stimolato attraverso un bagno sonoro nelle musiche di Bach che ci hanno accompagnato durante tutta l’attività. Infine, il senso della vista è stato continuamente attivato grazie al contatto visivo reciproco frontale e anche dall’utilizzo del colore che agisce fortemente a livello emozionale. L’esito è stato abbastanza sorprendente nel senso che il tempo di attività e attenzione che si pensava non potesse superare la mezz’ora si è naturalmente protratto per un’ora intera con la soddisfazione di tutti i presenti.

Dapprima l’attività pittorica è stata eseguita con le dita poi con l’uso di pennelli. Le persone hanno cominciato a tracciare semplici segni, oppure ad abbozzare disegni. Non c’è dubbio che disegnare e dipingere frontalmente tra coloro che hanno un legame favorisca una reciproca influenza che si sviluppa come un dialogo per immagini, come possiamo vedere dalla foto 1. Qui, dapprima si era attivato il coniuge accompagnatore, poi la paziente e il tema emerso è stato quello della città natia di Napoli con il Vesuvio, i suoi colori, i suoi simboli, le sue atmosfere. I due spesso si guardavano, la paziente sorrideva e ogni tanto diceva qualche parola. Il Vesuvio del marito è una massa densa e pesante dove il fuoco sembra premere dall’interno creando una tensione ben visibile anche nell’ autore, mentre la rappresentazione della città della paziente attraverso simboli diversificati risulta più leggera, gioiosa e varia.  Impressi sulla carta sono i ricordi del passato quando la coppia non si era ancora trasferita.

1.

Un altro “Sotto/Sopra” particolarmente significativo (foto 2) è stato quello di una malata over settanta, accompagnata da un’amica più giovane di lei. L’accompagnatrice ha iniziato ad osservarla e a farle un bellissimo ritratto, mentre la paziente dopo poco ha iniziato a realizzare un’auto ritratto, dicendo che quella che stava disegnando era sé stessa da bambina con un fiocco in testa. Bambina che poi è diventata adulta come narrano i seni che emergono dal decolté. Nel dialogo per immagini, ritratto ed autoritratto raccontano cicli di vita della paziente (infanzia, età adulta, vecchiaia) lungo un filo che non si spezza, grazie al riconoscimento innescato dal ritratto che la paziente ha visto fare dall’amica che le stava di fronte. Sia il ritratto che l’autoritratto sono espressi a mezzo busto, ma oltre alla palese differenza di stile c’è una differenza ben più sostanziale: l’accompagnatrice ha fatto un ritratto della paziente con gli occhi chiusi, mentre la paziente le ha risposto con un autoritratto dagli occhi ben aperti, che alla fine ha firmato ribadendo il suo senso di identità e consapevolezza del qui ed ora. L’amica la vede un po’ sognante, assente e rinchiusa nel suo mondo, la paziente invece le ricorda di esserci con la sua storia, la sua biografia. Questo esito non era per nulla scontato e difficilmente si sarebbe potuto raccontare a parole. Le immagini sottosopra con la loro forza intrinseca  ed espressiva hanno reso esplicito un sentire, un discorso, un vissuto.

2.

In altri casi, i pazienti si sono attivati prima e maggiormente dei loro accompagnatori mostrando di essere molto meno bloccati a livello espressivo, destreggiandosi con colori e forme in maniera semplice e diretta, vivendo il qui ed ora del momento. Un esempio di questo lo vediamo nella foto 3 dove ad un certo punto la paziente ha proposto alla figlia di scambiarsi di posto perché a lei ne rimaneva ancora tanto di inutilizzato!

3.

In altri casi, è successo l’inverso, cioè gli accompagnatori si sono attivati con la pittura, mentre i pazienti per niente o molto poco. In un caso la paziente è rimasta quasi sempre con gli occhi chiusi praticando con la mano destra un automassaggio al viso, nonostante le affettuose sollecitazioni del marito a intingere le dita nel colore. Alla fine, il marito, sporgendosi in avanti nella parte del foglio della moglie, ha disegnato la sagoma di una mano, una stella, un albero di Natale e il nome di lei realizzando tutto in senso orientato alla moglie come se lei stesse osservando. Nella sua parte invece aveva disegnato un fiore giallo e rosso: nella simbologia del colore ciò corrisponde al desiderio di cambiamento, sullo stelo delle foglie che somigliano a grosse spine. Quello che a primo impatto può sembrare un monologo è un messaggio pieno di affetto che oltrepassa i confini della comprensione razionale a cui la malata ha risposto con l’automassaggio facendo sapere al marito di preferire il contatto e la sua presenza fisica perché maggiormente la rassicurano. 

Per concludere, alcune riflessioni emerse durante la condivisione dell’esperienza con i caregiver:

 – Per me è stato meglio delle aspettative con cui ero venuto per questo laboratorio perché ho visto che mia moglie si è attivata.

– Dopo aver cominciato a disegnare lei ha cominciato a ricordare e a parlarmi delle mostre d’arte che aveva visitato, dei suoi viaggi culturali. Poi ha ricordato anche la Pietà di Michelangelo deturpata da un vandalo tanti anni fa ed era visibilmente indignata.

– Oggi mia madre è arrivata arrabbiata e scontrosa, ma poi pian piano durante l’attività si è rasserenata e ha avuto il sorriso stampato in faccia per tutto il tempo.

-Mia madre si è attivata poco con la pittura, ma mi sono accorto per la prima volta che non riesce più a scrivere le parole in modo completo, le inizia e poi le lascia a metà.

 -La mia mamma ad un certo punto ha voluto che ci scambiassimo di posto perché lei non aveva più  spazio per dipingere, mentre io ne avevo ancora tanto e glielo ho ceduto più che volentieri.

– Mia moglie è stata con gli occhi chiusi quasi per tutto il tempo e non ha mai messo le dita nel colore,  a me invece è piaciuto dipingere e mi sono rilassato.

NELLE PROSSIME DUE PUNTATE DI GENNAIO E FEBBRAIO GLI ESITI DEGLI ALTRI LABORATORI

Maria Teresa Cardarelli, Dicembre 2019

 

Note al testo

  1. GAFA (Gruppo Assistenza Familiari Alzheimer) dal 1998 ha iniziato ad operare a fianco delle famiglie che hanno al loro interno un malato di demenza. Costituitasi come organizzazione di volontariato nel successivo anno 2000, l’Associazione opera a Carpi, Campogalliano, Soliera e Novi di Modena grazie all’impegno dei soci volontari e con la collaborazione di diverse figure professionali per realizzare attività e progetti integrati con quelli socio-sanitari pubblici e privati esistenti nel territorio.
  2. www.centrogdl.org
  3.  ll termine anglosassone “caregiver”, è entrato ormai stabilmente nell’uso comune e indica “colui che si prende cura” e si riferisce a tutti i familiari che assistono un loro congiunto ammalato e/o disabile. I “caregiver” dei pazienti con demenza sono la grande maggioranza. In particolare, secondo i dati riportati nel Libro bianco 2018 “La salute della donna – Caregiving, salute e qualità della vita” in Italia l’86% delle donne è impegnato con diversi gradi di intensità nell’assistenza a familiari ammalati, figli, partner o più spesso genitori. 1 su 3 se ne prende cura senza ricevere aiuto e solo 1 su 4 è agevolata dal punto di vista lavorativo.

VEDERE VOCI PLUS 5.0

PROGETTO DI MUSICARTERAPIA

NELLA GLOBALITÀ DEI LINGUAGGI

E DI TEATRO-FIABA CON LE CARTE

In questa quinta edizione ci sono state importanti novità tanto che “Vedere Voci” è diventato “Plus”, infatti sono stati costituiti due gruppi di bambini sordi e in uno sono stati inseriti alcuni udenti per un totale di 22 bambini che hanno partecipato al progetto, presso la scuola Figlie della Provvidenza di S. Croce di Carpi. Il progetto si è svolto a cadenza settimanale da ottobre 2018 a maggio 2019. L’équipedi Vedere Voci Plus che ha lavorato in  sinergia con me era costituita dall’educatrice sorda Giuseppina Vaccaro, da 4 educatrici udenti con competenze in Lingua dei Segni Italiana,  Bianca Verrini, Azzurra Cacciapagliae Martina De Luise, da Annabelle Larché, fotografa video-maker che ha documentato le attività svolte ed infine da Veronica Varricchioin qualità di rappresentante dell’Ente Nazionale Sordi che ha svolto funzioni di coordinamento come volontaria.

Il progetto “Vedere Voci”l’ho studiato e messo a punto a partire dal 2014  per dare una possibilità in più ai bambini sordi di comunicare divertendosi,perché per loro comunicare costituisce spesso fonte di fatica e stress che si accompagnano alla frustrazione di non capire e/o di non essere capiti. Ho puntato su una comunicazione come fonte di piacere, attraverso il gioco, l’arte e il teatro i quali costituiscono dei mezzi, che grazie all’uso dei linguaggi non verbali, permettono ai bambini di esprimersi a tutto tondo. Per la Globalità dei Linguaggi disegnare, dipingere, manipolare produrre musica, fare teatro è innanzitutto comunicare a tutto campo e tra tutti i campi per cui un disegno lo puoi ballare, un movimento lo puoi suonare, un colore lo puoi rappresentare con il corpo al fine di integrare ed accomodare sempre e comunque la persona all’interno di un contesto gruppale, sociale.

Quest’anno, considerando la presenza di sordi e udentiil tema è stato quello dei Vasi Comunicanti. L’esperimento di fisicarealizzato con i bambini è diventato così la metafora portantedi una comunicazione integrata e paritaria. Come l’acqua si distribuisce allo stesso livello in contenitori diversi, secondo il principio fisico dei vasi comunicanti, così anche l’amicizia e la conoscenza tra persone diverse può essere patrimonio comune se abbiamo rispetto, stima e considerazione gli uni per gli altri. Il percorso è sfociato nella realizzazione e messa in scena della fiaba originale“Vasi Comunicanti”popolata dai personaggi del mazzo di carte realizzato dai bambini di entrambe i gruppi. Questi personaggi sono nati a partire dai nomi dei bambini espressi con l’alfabeto manuale. La fiaba poi è stata scritta e messa in scena anche sulla base di spunti tematici che i bambini hanno dato, scrivendo brevi racconti sui personaggi del mazzo delle carte.Il tema di fondo della fiaba è che l’amicizia e la comunicazione sono possibili ed auspicabili anche nella diversità di condizioni e di modi di essere. In particolare, la metafora della fiaba degli “Abitanti del mondo di sopra” e degli “Abitanti del mondo di sotto” si riferisce al mondo dei sordi e degli udenti che spesso faticano a comprendersi e ad integrarsi tra loro. Più specificatamente nella fiaba, i personaggi chiave di Uccepe (mezzo uccello e mezzo pecora) e Caleana (un po’ cane, un po’ leone e un po’ anatra) esprimono la difficoltà di tutti coloro che si pongono al confine tra mondi diversi e il loro desiderio di essere accettati per quello che realmente sono: degli esseri che riassumono in sé stessi la complessità del reale e che, proprio per questo, costituiscono ponti indispensabili per realtà distanti. Fuor di metafora questi ponti sono costituiti da tutti i sordi che pur parlando la LIS (Lingua dei Segni Italiana) si esprimono correttamente anche in lingua italiana e da tutti gli udenti che sanno utilizzare la LIS. Ovviamente, la metafora della fiaba va anche oltre lo specifico tema sordi/udenti, interessando tutti quei mondi che per ragioni etniche, culturali, linguistiche, religiose, politiche o quant’altro si ignorano o si contrappongono. Il Teatro-Fiaba con le carte è una modalità teatrale specifica ed originale che dal 2014 ho potuto sperimentate presso questa scuola che si è aperta con generosità e fiducia al progetto “Vedere Voci”. L’arte, nelle sue molteplici forme ed espressioni, resta e si conferma una modalità comunicativa fondamentale capace di superare barriere, incomunicabilità e confini.


La responsabile del progetto

 Dott.ssa Maria Teresa Cardarelli

 MusicArTerapeuta nella Globalità dei Linguaggi

Benessere e consapevolezza attraverso le arti terapie

L’arte è da sempre instancabile compagna dell’individuo e le sue origini legate alla cura e alla terapia risalgono a tempi assai remoti. Significative radici le troviamo nell’ arte tribale dove gli uomini e le donne medicina si prendevano cura dei malati dei loro villaggi entrando empaticamente in relazione con loro attraverso rituali di danze e canti estatici. Nell’antichità, sia nella cultura greca che romana, si riteneva che le arti, in particolare la musica e il teatro, potessero favorire un maggior benessere fisico e mentale. Sicuramente poi tutta l’arte contemporanea e le avanguardie del 900 sono state un forte impulso alle arti terapie in quanto riconoscevano l’importanza e l’urgenza della libera espressione a livello individuale e sociale. Come disciplina vera e propria, l’artiterapia nasce tra gli anni 1940 – 50 in Inghilterra e negli Stati Uniti . All’epoca era una modalità terapeutica per curare i disagi psicologici dei reduci di guerra e delle persone traumatizzate, oltre che pazienti con difficoltà verbali ricoverati in ospedali psichiatrici. Veniva praticata da artisti sensibili al potenziale comunicativo dell’arte e da psicologi interessati al linguaggio non verbale. A questo proposito è fondamentale il lavoro dell’artista e psicologo britannico Adrian Hill. Tra i contributi pionieristici statunitensi troviamo invece due donne: Margaret Naumburg e Edith Kramer. Sulla scia del pensiero di Freud e Jung, Margaret Naumburg ritiene che le produzioni artistiche dei pazienti siano l’espressione di materiali simbolici inconsci che in tal modo emergono alla coscienza. Nella terapia l’arte arriva così dove la parola non può. Edith Kramer invece focalizzava l’attenzione sul grande potenziale terapeutico del processo creativo in quanto tale. Nei paesi anglosassoni la figura dell’arte terapeuta ha da molto tempo un riconoscimento professionale codificato e la disciplina si è estesa ad altri campi di intervento più propriamente socio-educativi, preventivi e riabilitativi. In Italia è solo tra gli anni ’60 e ’70 che l’artiterapia comincia a farsi strada come disciplina autonoma. Attualmente in Italia ci sono scuole di diverso orientamento che formano gli arti terapeuti, ma solo dopo l’entrata in vigore della legge n°4 del 14-1-2013, tesa alla regolamentazione delle professioni non organizzate, le scuole più accreditate stanno provvedendo a costituire associazioni con registri professionali. In particolare la scuola di MusicArTerapia nella Globalità dei Linguaggi, il 16 aprile del 2014 ha costituito l’associazione professionale AIMAT (Associazione Italiana MusicArTerapeuti nella GDL ) di cui faccio parte. (link www.centrogdl.org ). L’associazione tutela gli associati e garantisce la loro formazione continua e in tal modo tutela anche l’utenza salvaguardando la qualità degli interventi.

Sotto l’etichetta ‘Arti terapie’ troviamo  rappresentate molte espressioni artistiche e in particolare si possono annoverare diverse discipline come :

-l’ arte terapia propriamente detta che utilizza le arti visuali come disegno, pittura, scultura, fotografia, video arte ;

– la musico-terapia che utilizza il suono, la voce, il canto, la musica e gli strumenti musicali come mezzo espressivo;

-la danza-movimento terapia che utilizza il corpo come mezzo principe dell’espressione interiore;

-il teatro-terapia dove espressione verbale e non verbale si coniugano con l’espressione corporea ;

– le arti terapie integrate che utilizzano le arti in maniera multidisciplinare .

Queste discipline poi le troviamo declinate in diverse scuole di pensiero e orientamenti terapeutici.

In generale, tutti gli orientamenti riconoscono che l ’artiterapia può essere sperimentata da chiunque, nel senso che per praticarla non è necessario disporre di particolari abilità o competenze artistiche perché ogni espressione ha diritto di cittadinanza essendo manifestazione di un sentire profondo e di valore. Essendo un tipo di comunicazione prevalentemente non verbale, l’arte terapia è particolarmente indicata per i bambini in genere e in particolare per i bambini autistici o con handicap sensoriali, oltre che per tutti quegli adulti che preferiscono esprimersi al di là delle parole. Mediante l’artiterapia è possibile attivare risorse naturali che ognuno di noi possiede elaborando il proprio vissuto in forme e dimensioni artistiche trasmissibili agli altri. Tutto ciò permette di aumentare l’autoconsapevolezza affrontando le difficoltà e controllando nel contempo stress, ansia e depressione. L’artiterapia viene utilizzata sia in ambito educativo e formativo nelle scuole, nelle comunità e nei gruppi di mutuo aiuto che in ambito sanitario e riabilitativo come supporto ad altri tipi di terapie. Infine può essere intrapresa come forma di terapia individuale o familiare. L’organizzazione mondiale della sanità (OMS) definisce la salute come ‘uno stato di benessere fisico, psichico e sociale’ non riducendo questo concetto alla semplice assenza di malattia. Le arti terapie sono strumenti che tendono proprio a realizzare questa definizione comprensiva.

LA FIBER ART: UN POLIEDRICO MEZZO ESPRESSIVO

La Fiber Art anche conosciuta come Textile Art, Fiber Work, Art Fabric, Nouvelle Tapisserie e Soft Sculpture, si sviluppa in modo significativo negli anni sessanta a partire dalle Biennali di Losanna che ne riuniscono le esperienze e ne siglano l’identità. Oggi viene praticata da numerosi artisti e si è imposta nel panorama dell’arte contemporanea per un approccio di ricerca molto variegato. Questa espressione artistica ha le sue radici nelle avanguardie futuriste e dadaiste che hanno introdotto polemicamente nelle loro opere i materiali più eterogenei. Ciò che accomuna le opere di Fiber Art sono le possibilità offerte dall’utilizzo di fili e tessuti integrati  a  tecniche che non prevedono però l’uso del telaio. Possiamo dire che tutto ciò che è flessibile è tessile e rientra nella Fiber Art: filati, corde, strisce di carta e tessuto, fibre vegetali e ramoscelli, feltro, fili di metallo e di plastica, ma anche la stampa su tessuto eseguita  con pizzi, foglie, erbe, elastici, fili ecc. Le forme della Fiber Art  spaziano dal quadro, alla scultura, all’installazione. La 57esima biennale di Venezia  curata da Christine Macel, presenta una ventina di sculture della statunitense Judith Scott (1943-2005) una delle maggiori esponenti  statunitensi della Fiber Art.  Nonostante questa artista fosse affetta da sindrome di down e da sordità, con il sostegno della sorella, poté esprimersi a tutto tondo con la sua arte, regalandoci emozioni profonde e colorate. Un laboratorio di Fiber Art  ispirato al lavoro di questa artista è stato proposto anche alla formazione permanente AIMAT (Associazione Italiana MusicArTerapeuti) svoltasi a Roma nel maggio 2017. Il  video in apertura si riferisce ad un open di Fiber Art adulti con l’utilizzo del  Lanone della ceramista Rita Lugli. L’open si è svolto presso il Taulab di Carpi, dove, prossimamente , verrà proposto un percorso artistico-espressivo che utilizzerà le poliedriche tecniche  della Fiber Art per la realizzazione di una fiaba.

Teresa Cardarelli