La matrice sociale dei sogni

Laboratorio per adulti di

 Arte Terapia 

e Socio-Psicodramma moreniano

TauLab-Carpi

marzo/aprile 2022

a cura di 

 Maria Teresa Cardarelli e Enrico Piccinini

 

Iniziamo a sognare già nel corpo di nostra madre sognando con lei, ed è qui che inizia la matrice condivisa del sogno. I sogni sono per lo più prodotti dal nostro cervello nella fase del sonno detta REM (ma non esclusivamente, come hanno verificato recenti ricerche) attivando l’area della vista in modo simile a quando siamo svegli. Ecco perché i nostri sogni sono costituiti da immagini alle volte molto nitide che scorrono come in un film. Recentissime ricerche hanno verificato che l’attività del sogno è risultata coincidere con una riduzione delle onde a bassa frequenza (tipiche del sonno) in un’area nel retro del cervello, ribattezzata posterior cortical hot zone (zona calda posteriore corticale) e non nei lobi frontali e parietali come si pensava. Forse a partire da queste ricerche si arriverà a scoprire anche l’area esatta in cui si trova la coscienza e il modo in cui vi entriamo in connessione. E’ davvero affascinante perché il mondo onirico è un po’ la nostra second life. In senso stretto, i sogni sono immagini e pensieri, suoni, voci e sensazioni soggettive vissute quando dormiamo. Possono includere persone che conosciamo e perfetti sconosciuti, luoghi noti e posti mai visti prima. A volte si limitano a ricordarci eventi accaduti durante la giornata. 

Il sentir comune considera i sogni come una delle manifestazioni umane più personali e soggettive che esistano, eppure nei nostri laboratori, abbiamo sperimentato, con una certa sorpresa, che esiste anche una matrice sociale dei sogni. In questo contesto il sogno è materiale offerto al gruppo per i suoi significati narrativi ed inneschi associativi, senza nessun collegamento di tipo clinico alla persona del sognatore e senza che se ne ricerchino interpretazioni. Quando abbiamo condiviso i nostri sogni nel gruppo con questa modalità e in un setting particolarmente accogliente per questo tipo di esperienza, abbiamo visto che alcune tematiche ricorrevano. Questo ci ha dato modo di utilizzare la condivisione dei sogni come riscaldamento per iniziare la sessione di socio-psicodramma. Il tema comune uscito dai sogni raccontati era quello dell’inadeguatezza e dei blocchi: nel sogno dovevo fare qualcosa (passare un esame, scalare una montagna, nutrirmi, ecc. ma per diverse ragioni non ci riuscivo). Da questo tema comune, da questa matrice sociale ha preso le mosse il socio-psicodramma. A turno ognuno ha individuato i blocchi che non gli permettevano di raggiungere la propria meta, cioè ha dato loro un nome. Questi blocchi poi li abbiamo percepiti nel nostro corpo: nello stomaco, nella testa, nelle gambe, sulle spalle, nei piedi e poi abbiamo individuato la sensazione corporea che questi blocchi creavano in noi. Questo blocco è come un pugno nello stomaco, questo mi annebbia il pensiero, quest’altro è un peso che sento sulle spalle e mi impedisce di prendere una direzione, questo mi toglie l’equilibrio. Poi questi blocchi sono stati impersonati e resi attivi da io-ausiliari del gruppo a favore del protagonista di turno. Individuare i blocchi e dar loro un nome è fondamentale perché dobbiamo sapere con chi/cosa abbiamo a che fare, poi ci abbiamo lavorato su per cercare di rimuoverli con delle azioni che prevedevano che i nostri corpi si attivassero: nella spinta, nell’allontanamento, nel direzionamento, nello spostamento, ecc. Per esempio per arrivare dove desidero (la meta del sogno) questo blocco /impedimento che era dietro di me e lo sentivo sulla schiena lo devo mettere davanti a me e guardarlo negli occhi e pure parlarci. Di quest’altro che mi attanaglia le caviglie devo avere la forza di liberarmi, dunque tiro, spingo, quel tanto che basta perché molli la presa su di me. Quindi nominare, sentire e agire perché l’essenza del socio-psicodramma è l’azione. Questo laboratorio è piaciuto particolarmente al gruppo e decidiamo così di continuare a lavorare sui sogni concordando che la volta prossima ciascuno verrà con un sogno personale trascritto, fatto possibilmente durante la settimana.  Qualcuno avanza un lecito dubbio: io fatico a ricordare i sogni, stasera ha funzionato, perché sentendo i sogni degli altri me ne è venuto in mente per associazione uno di parecchio tempo fa. Giusto! Tutti sogniamo e tutte le notti, ma è possibile non ricordarseli. C’è un modo che ci può aiutare a ricordare. Una tecnica molto efficace è quella di predisporsi all’attenzione del ricordo proprio prima di addormentarsi, il momento ideale è costituito dalla soglia del sonno, cioè quando sentiamo che il nostro corpo è rilassato e che stiamo per cedere al riposo notturno. In questo momento possiamo ripetere a bassa voce due o tre volte: “desidero ricordare un sogno che farò questa notte”. Il desiderio ha un forte potere persuasivo sul nostro subconscio. Naturalmente prima di coricarsi mettere sul comodino foglio e penna, perchè trascrivere il sogno al risveglio ci permette di essere più precisi e di coglierne più sfumature e passaggi. Se la prima notte non funziona, riproviamo la seconda e magari una terza, fiduciosi che finiremo per ricordare. E così è stato! 

La volta successiva ognuno/a è arrivato con un sogno e lo ha letto o raccontato agli altri. Poi l’attenzione del gruppo è conversa su un particolare sogno e su questo il gruppo ha lavorato a favore della protagonista del sogno dal titolo: “Il volo”. Mentre la protagonista raccontava il suo sogno gli altri facevano un disegno relativo a ciò che del sogno li aveva colpiti maggiormente.  I disegni, a cosa servono? Servono alla sognatrice ad entrare in contatto ancor di più con il suo sogno, esplorandone aspetti o sfumature che magari non erano stati ancora percepiti con chiarezza. I disegni sono un po’ come elencare gli ingredienti di una torta.  L’esplorazione approfondita del sogno con i disegni costituisce un altro tipo di riscaldamento per iniziare lo psicodramma. Il riscaldamento è sempre una parte importante della sessione di socio-psicodramma perché predispone il gruppo al coinvolgimento e alle azioni successive. A questo punto la sognatrice ha modo di vedere alcune persone del sogno dall’alto, perché vola sopra di loro, parlare con loro e anche mettersi nei loro panni, infatti il sognatore è un pochino in tutti i personaggi che entrano in gioco. In questo caso, esplorare il proprio sogno da parte della protagonista ha significato per lei parlare a cuore aperto con il padre, il marito e un’amica.

 

 

Negli incontri successivi per esplorare i nostri sogni abbiamo utilizzato il “role playing”. Questa tecnica venne usata per la prima volta da Jacob Levi Moreno che coniò questa espressione nel 1934. Dopo aver sperimentato il “teatro della spontaneità”, nel 1930 il dottor Moreno emigrò negli Stati Uniti dove mise a punto la “tecnica dello psicodramma”. Il role playing prevede che un narratore/protagonista racconti una sua esperienza o una storia o nel nostro caso specifico un sogno che dopo viene messo in scena con l’ausilio di altre persone/attori che interpretano dei ruoli. Nel nostro laboratorio, il narratore del sogno sarà anche il regista nel senso che attribuirà ai presenti dei ruoli che appaiono nel sogno compreso il suo alter ego. A quel punto il regista darà anche delle indicazioni sul luogo dove si svolge la scena e relativamente alle azioni principali dei personaggi. Poi la scena verrà giocata in maniera estemporanea, specialmente per quanto riguarda i dialoghi, il che significa che gli attori improvviseranno le battute. Il sognatore assisterà a questo punto, come spettatore, alla messa in scena del suo sogno. Alla fine, il sognatore farà un soliloquio dicendo che emozioni ha provato e cosa ha sentito relativamente alla scena appena vista. Dal soliloquio del sognatore prenderà le mosse lo psicodramma. Con questa tecnica abbiamo messo in scena i seguenti sogni: “Prepararsi a vedere”, “Impotenza”, “Terremoto”, “Una brutta sorpresa”.

Grazie al sogno “Una brutta sorpresa” la sognatrice durante il suo psicodramma ha avuto l’occasione di mettere in scena uno dei suoi primi rapporti di lavoro con una capa ufficio che sempre la sminuiva, nonostante lei fosse una persona preparata e desiderosa di dare il meglio di sé. Questa situazione portò poi la sognatrice a lavorare successivamente in altri contesti con coscienza e impegno, ma sempre defilata, ricoprendo ruoli inferiori a quelli che la sua laurea avrebbe potuto permettere.  Nel corso dello psicodramma appare poi la figura del padre che nei suoi confronti aveva lo stesso tipo di atteggiamento svalutativo quando la sognatrice era piccola. Ciò ha determinato in lei una mancanza di sicurezza  che solo due ingredienti fondamentali ,da lei individuati durante il suo psicodramma, come “faccia tosta” e “coraggio” possono contrastare, per mettere fine ad uno stato che le pesa. Gli ingredienti sono stati giocati da io-ausiliari, esattamente coma la capa e il padre e, la sognatrice, oltre ad aver preso coscienza della radice dei suoi orientamenti lavorativi, ora sa bene cosa attivare nel caso si ritrovasse a vivere situazioni simili. 

Nel racconto del sogno “Impotenza” emerge che la sognatrice è chiamata da colleghi di lavoro a ricoprire un ruolo che in realtà non le compete e questo sentirsi “un tappabuchi” per lei costituisce un problema, perché non riesce a dire di no, a sottrarsi (impotenza). Dopo aver attribuito i vari ruoli del sogno ai compagni partecipanti, il sogno viene giocato sulla scena e la sognatrice-spettatrice nel soliloquio successivo rileva che le emozioni che l’hanno attraversata sono state molto forti: “Ho rivissuto il sogno con grande intensità”. Da queste emozioni parte la sessione di psicodramma in cui pian piano emerge che l’assunzione del ruolo “tappabuchi” o per meglio dire “sono io quella che deve sempre provvedere” è un ruolo che è stato attribuito alla sognatrice fin da ragazzina all’interno del suo sistema familiare. Spesso risulta difficile scrollarsi di dosso attribuzioni di ruolo assunte da piccoli, perché sono come vestiti che gli adulti ci hanno cucito addosso. Alla lunga questi ruoli acquisiti possono anche diventare stereotipie comportamentali che possiamo cominciare ad abbandonare consapevolmente nel momento in cui ci rendiamo conto della loro provenienza e di come si attivano in noi.  Si tratta di un percorso e il socio-psicodramma ci può aiutare. 

Nel sogno intitolato “Prepararsi a vedere” la sognatrice racconta: sono in una sala d’attesa grigia e fredda. Aspetto di entrare nell’ambulatorio del mio oculista. Mi si avvicina la moglie dell’oculista e mi dice che devo innaffiare grosse vasche prima di entrare per la visita “Altrimenti non può entrare!” dice perentoria. Guardo le vasche piene di terra: secca, chiara, slavata e con molte crepe. Le piante nelle vasche sono poche e assai esili, quasi morte. Poi mi sveglio. Dopo aver messo in scena il sogno per la sognatrice, lei comincia il suo psicodramma. Il conduttore la invita a battezzare queste piante sofferenti che per lei rappresentano la sua Libertà e il suo Tempo libero che nel sogno hanno bisogno di essere annaffiati e curati per “poter vedere”, quella che poi la protagonista individuerà come essere la strada da percorrere. La sognatrice poi prende il posto di “Libertà” e “Tempo libero” e di fronte al suo alter ego fa esprimere queste due istanze. Successivamente in un gioco di inversioni di ruolo e di altre attribuzioni si affrontano i condizionamenti che bloccano la crescita di queste due preziose “piante” fino a quando la sognatrice intravede una soluzione per vivificarle: ritrovare una centratura a livello personale. 

Infine, il sognatore di “Terremoto” racconta: mi trovavo in una stanza non identificata. All’improvviso un boato tremendo mi ha fatto scuotere. Subito dopo sono iniziate a crollare le pareti e il soffitto con rumori incredibili e polvere dappertutto. Anche se spaventato, non avevo subito nessuna ferita. Poi, nella stanza in mezzo alle rovine, è apparsa una donna. Mi ha guardato, ci siamo abbracciati e poi mi ha baciato. Al momento del bacio mi sono svegliato. La messa in scena del sogno è iniziata con grande fragori/rumori di scarpe che battevano sul pavimento, il terremoto appunto, ed infine con l’apparizione della donna. Nel soliloquio successivo il sognatore comincia a descrivere cosa potrebbero essere queste pareti che crollano e che cozzano le une contro le altre, fino ad indentificare in esse tre cose molto importanti: l’ipersensibilità personale, gli amici e la lotta politica. Alle volte, le cose a noi più care possono vacillare, allora che si fa? Si possono recuperare, liberandole dalle illusioni di cui forse alle volte le ammantiamo: allora ci rendiamo conto che se anche gli amici non sono perfetti e sempre disponibili sono importanti, che se la politica ci ha deluso, dobbiamo comunque continuare a lottare per un mondo più giusto e vivibile. Infine, l’ipersensibilità personale è davvero un’arma a doppio taglio: se da una parte ti porta a comprendere te stesso e gli altri, porta spesso anche sofferenza personale.  Se hai questa caratteristica forse vale la pena di conservarla come un dono, come la donna che appare tra le macerie che bacia ed abbraccia.

Per concludere il nostro percorso sul sogno, dedichiamo l’ultimo incontro ad illustrare i nostri sogni con un collage, partendo da una pesca di immagini fotografiche desunte da giornali e riviste. Le immagini parlano spesso più delle parole. Il non verbale costituisce il 93% di ogni nostro atto comunicativo. Il collage racchiude in sé qualcosa di magico perché funziona grazie ad un meccanismo psicologico simile a quello dei sogni e della memoria: parte da elementi della realtà (immagini, foto) ma poi li trasforma, li rielabora permettendo al nostro inconscio di esprimersi. Questo, unito al lavoro manuale del tagliare, incollare e ricomporre con l’implicita componente regressiva che queste attività comportano, permette alla mente di entrare in una dimensione rilassata e meditativa, dove le difese si abbassano e i contenuti che desiderano palesarsi trovano la strada per esprimersi attraverso il fare artistico. Dopo il collage facciamo una condivisione-sharing di gruppo: ognuno illustra verbalmente il suo collage relativamente al sogno e gli altri sono invitati a dire ciò che sentono in merito. Anche la fase di condivisione finale è molto utile a tutti, naturalmente nella totale assenza di giudizi e di “Io avrei fatto così al posto tuo” . Sotto i nostri bellissimi collages.

Questo laboratorio sulla matrice sociale dei sogni si inserisce nel progetto ” Il Teatro della Psiche” che ha preso avvio nel settembre 2021  al TauLab di  Carpi grazie alla collaborazione tra Enrico Piccinini, psicoterapeuta e psicodrammatista e  Maria Teresa Cardarelli, arte terapeuta e sociodrammatista.

                                                                                                                                                                                 Maria Teresa Cardarelli, Giugno 2022

TAULABLOG DI MARIA TERESA CARDARELLI – PIAZZA MARTIRI 46 CARPI – C.F. CRDMTR62M68B819S – TEL 335 78 87 758
TUTTI I CONTENUTI MULTIMEDIALI SONO PUBBLICATI SOTTO LICENZA CREATIVE COMMONS Licenza Creative Commons
QUEST’OPERA È DISTRIBUITA CON LICENZA CREATIVE COMMONS ATTRIBUZIONE – NON COMMERCIALE – NON OPERE DERIVATE 4.0 INTERNAZIONALE.

Privacy Policy

Privacy Preference Center