ALZHEIMER ENSAMBLE PARTE TERZA

Laboratorio di Globalità dei Linguaggi ‘FOTORICORDI’ per pazienti Alzheimer e caregiver

“Il lavoro creativo è sospeso tra la memoria e l’oblio.”

Jorge Luis Borges

Anche nel 2019 il GAFA (1) mi ha chiesto di elaborare un percorso di MusicArTerapia nella Globalità dei Linguaggi (2) a favore di pazienti Alzheimer e loro caregiver, per sette coppie inviate dal reparto geriatrico, sotto la supervisione della dottoressa Vanda Menon (3). Questa volta il percorso ha preso le mosse da un famoso aforisma di Jorge Luis Borges sul lavoro creativo che ha assolutamente anticipato le più recenti ricerche neurologiche relative allo studio della memoria e dell’oblio come due funzioni fondamentali del cervello umano. Fino a poco tempo fa, i neurologi consideravano l’oblio, le dimenticanze e in generale la perdita di informazioni per scarsa memoria un vero e proprio deficit cognitivo da contrastare con ogni mezzo possibile, ma recentemente, alcune ricerche hanno messo in luce la funzione adattiva di questi fenomeni (4). Infatti, oggi esistono prove dell’esistenza di meccanismi finalizzati alla rimozione dei ricordi. Un meccanismo consiste nell’indebolimento o nell’eliminazione delle connessioni sinaptiche tra i neuroni in cui vengono codificati i dati e un altro  consiste nella generazione di neuroni a partire dalle cellule staminali. Dunque, per avere una buona memoria e prendere decisioni in un sistema sempre più complesso è anche utile dimenticare informazioni non strettamente necessarie. Già Sigmund Freud, relativamente al processo di rimozione, sosteneva che alle volte per poter continuare a vivere il nostro cervello è in grado di dimenticare letteralmente ferite o traumi ritenuti inaccettabili. La funzione adattiva dell’oblio sembra così gettare nuova luce anche sull’ Alzheimer, una delle malattie più temute di questo secolo, dove la dimenticanza, lo smarrimento e ciò che ne consegue è pane quotidiano. Nell’ottica della Globalità dei Linguaggi dare un senso ai comportamenti cd. insensati ,spesso associati a forme di handicap e patologie ,è un punto di partenza fondamentale in quanto l’essere umano, proprio nelle condizioni compromesse, attiva degli adattamenti che equivalgono a vere e proprie strategie di sopravvivenza. Dar ragione di questi comportamenti è necessario sia per il malato che per il caregiver che si trova a relazionarsi con una persona diversa da prima che spesso vive momenti di regressione. Su questi temi anche il lavoro creativo ci può fornire spunti di riflessione molto interessanti. Da dove viene la creatività? A tal proposito Borges parla di sospensione, cioè di una situazione instabile, per esempio, si sta sospesi su una fune. Immaginiamo e visualizziamo per un attimo proprio una fune che si pone come linea di demarcazione tra le cose certe ed assodate che fanno parte della nostra esperienza e delle nostre certezze da una parte e il non sapere, il rischio, la sperimentazione dall’altra. Possiamo dire allora che l’arte è sospesa tra razionalità e ispirazione tra conscio e inconscio tra memoria e oblio e che è proprio il dialogo tra queste diverse realtà che la fa fiorire, insieme alle sue provocazioni che da sempre ci interrogano. L’arte espressa dal pensiero creativo vive sul confine, vive sospesa. Questo essere sospesi e in bilico è anche la condizione che contraddistingue il paziente Alzheimer e la sua famiglia ed è proprio tenendo presente questa condizione che il progetto ‘FotoRicordi’ è stato elaborato per dar modo alle coppie di interagire secondo un dialogo che partisse da questi presupposti, non dimenticando l’importanza del principio di piacere, facilitato da un’attività a coppie dove il paziente e il suo caregiver si relazionavano attraverso delle immagini. Le immagini sono state utilizzate per attivare le risorse della coppia, per migliorare il loro benessere, la loro autostima e la loro comunicazione, facilitando da una parte l’emersione di ricordi biografici e dall’altra favorendo l’apertura di nuovi scenari. Infatti, prima dell’inizio del percorso, i pazienti sono stati invitati a cercare con l’aiuto dei loro caregiver tre fotografie personali: una relativa alla loro infanzia, una relativa all’età adulta e una fotografia attuale. Durante i laboratori il paziente veniva invitato dal caregiver a collegare ogni sua fotografia personale a gruppi di immagini desunte da riviste illustrate. Questi insiemi di immagini si sono formati per associazioni visive che potevano scaturire sia da frammenti di ricordi che da semplici accostamenti di colori o di forme che in quel momento erano significativi per la persona. Le immagini per loro natura appartengono ai linguaggi non verbali e sono in grado di toccare profondamente la sfera emotiva ed emozionale. Così sfogliando in coppia riviste illustrate, gli occhi cadevano su marine, montagne, città, oggetti che spesso conducevano a ricordi di località visitate, di persone incontrate, di esperienze, di sensazioni. Durante le associazioni di immagini i caregiver trascrivevano cosa i pazienti dicevano in merito. I testi ben lungi dall’essere delle descrizioni, raccontano e rivelavano momenti di vita vissuti ed emozioni che le immagini sono riuscite a far affiorare.  Questi testi, come si può vedere dal breve video, sono stati inseriti nei collages di immagini con esiti molto interessanti. Il percorso si è sviluppato in tre incontri di due ore ciascuno per sfociare in una mostra al TauLab nel mese di dicembre 2019, dove sono stati esposti gli elaborati delle coppie partecipanti sotto forma di album e sculture di carta.

                                                                                                                                                                        Maria Teresa Cardarelli

Note al testo

  1. GAFA (Gruppo Assistenza Familiari Alzheimer) dal 1998 ha iniziato ad operare a fianco delle famiglie che hanno al loro interno un malato di demenza. Costituitasi come organizzazione di volontariato nel successivo anno 2000, l’Associazione opera a Carpi, Campogalliano, Soliera e Novi di Modena grazie all’impegno dei soci volontari e con la collaborazione di diverse figure professionali per realizzare attività e progetti integrati con quelli socio-sanitari pubblici e privati esistenti nel territorio.
  2. www.centrogdl.org
  3. Vanda Menon, medico referente Centro Disturbi Cognitivi e Demenze AUSL Mo, distretto di Carpi.
  4. Blake A. Richards, Paul W. Frankland “The persistence and transience of memory”, sta in  Neuron, June 21,2017

ALZHEIMER ENSAMBLE PARTE SECONDA

Punto-Linea-Superficie: il lavoro del cervello

Laboratorio di Globalità dei Linguaggi per pazienti Alzheimer e caregiver

 

Visto i buoni risultati ottenuti nel primo laboratorio di Globalità dei Linguaggi (1) a favore di pazienti Alzheimer e loro caregiver, il GAFA (2) ha promosso un percorso più articolato e approfondito per un numero di coppie selezionate dal centro geriatrico che ha avuto luogo presso il TauLab nel 2018. Uno dei punti forti di questo progetto, attuato in compresenza con la dottoressa Vanda Menon e due volontarie GAFA, è stato quello di proporre pratiche laboratoriali che potevano essere ripetute a casa con l’ausilio di semplici materiali forniti al termine degli incontri. Le tracce prodotte a casa venivano poi portate al laboratorio successivo, accompagnate da un breve questionario compilato dai caregiver che esprimevano il loro punto di vista relativamente al livello di coinvolgimento e interesse dimostrato nell’attività riproposta, notando eventuali differenze tra l’attività svoltasi in laboratorio, dove era presente tutto il gruppo e l’attività casalinga. Le restituzioni dei caregiver avvenivano all’inizio di ogni incontro insieme alla geriatra e alla sottoscritta lasciando spazio per domande e chiarimenti, mentre le due volontarie introducevano il tema del giorno ai pazienti tramite semplici giochi da tavolo. Poi i caregiver raggiungevano i loro cari per il laboratorio vero e proprio. Questa metodologia ha permesso di monitorare gli effetti delle proposte e di portare aggiustamenti in progress, oltre a verificare l’estrema utilità di passare anche tra le mura domestiche un tempo di rilassamento e condivisione tramite il fare artistico condiviso. “Se cambia il tempo, cambia anche l’umore e non vuole essere contrariato. Ha paura di non contare più o poco…Quando mi metto a disegnare a casa, allora arriva anche lui e mi sembra che si diverta, io mi sento un po’ negata, ma con la consapevolezza che lo faccio per stimolarlo.”  “L’esperienza proposta l’abbiamo fatta in quattro ed è risultata simpatica a tutti, poi si sta in compagnia e si ride. S. dice che vorrebbe sempre la compagnia bella.” (3) Essendo le coppie inviate al progetto tutte nuove, abbiamo riproposto il laboratorio “Sotto/Sopra” di cui ho  parlato nella puntata precedente, verificando sostanzialmente anche in questa occasione le conclusioni della volta scorsa. Successivamente, abbiamo lavorato sui concetti di Punto, Linea e Superficie (PLS) che costituiscono dei potenti mezzi espressivi. L’horror vacui di fronte al foglio bianco è un classico, specialmente quando il suggerimento è quello di fare ciò che si desidera, perché siamo talmente abituati ad eseguire delle consegne che la libertà può veramente bloccare. “Ci siamo accorti che siamo un po’ impacciati a lasciarci andare, c’è un po’ di difficoltà ad usare la fantasia, ma rotto il ghiaccio poi si va.” (4)  Infatti, la tecnica PLS rende l’espressione grafica semplice e spontanea: a partire da un insieme di punti sparpagliati casualmente a piacere sul foglio e collegati con delle linee abbiamo l’emersione automatica di superfici e reti. Il secondo passaggio è quello di interpretare le forme emerse, aggiungendo quei particolari che le individuano ancor più chiaramente e poi di colorarle a piacere. Questa tecnica è stata proposta in un lavoro a coppie dove il caregiver affiancava il paziente sul lato destro. Il caregiver disegnava dei punti che poi il paziente univa, infine il primo interpretava la forma emersa, facendola sperimentare al proprio caro attraverso il tatto, prendendo e accompagnando  la sua mano destra in modo che il paziente potesse ripercorrere con l’indice i contorni del disegno. Successivamente i ruoli venivano scambiati. “Con i puntini da collegare mia madre è più disponibile perchè riesce a farlo bene, le risulta invece più difficile intravedere qualcosa nel disegno, alla fine però ci abbiamo riso sopra.” (5) Dopo l’esplorazione tattile dei disegni realizzati in coppia e dopo la loro coloritura il caregiver invitava il proprio caro a raccontare qualcosa che i due disegni insieme potevano suscitare. Il breve racconto veniva registrato in forma scritta dal caregiver e successivamente riletto al paziente che osservava i disegni in sequenza. Infine, è stato realizzato anche un breve racconto di gruppo a partire da alcuni disegni che potrebbe essere l’incipit di una fiaba dove sono presenti però anche elementi legati alla vita dei pazienti, come una località montana frequentata e il cagnolino di famiglia. “Siamo nel medioevo al torneo di giochi di Fiumalbo in montagna. Si dovevano svolgere delle gare podistiche con l’armatura, poi una sfida di aquiloni e lancio di coltelli. Il castoro birichino si era nascosto dentro alla coppa piena di noci, ma il cagnolino del re Lillo iniziò ad abbaiare e lui venne scoperto.” Le attività sono sempre state accompagnate da musiche atte a favorire il rilassamento e questa pratica è stata da alcuni utilizzata anche durante le attività casalinghe. “Mentre disegnavamo, ascoltando musica classica, ogni tanto mia madre fischiettava, poi ho dovuto alzare il volume della musica perché non ci sente bene. Mentre dipingeva si è ricordata che anche mio padre quando era giovane aveva fatto dei quadri.”  La tecnica grafica PLS imita in piccolo il lavoro incessante del cervello umano, infatti semplificando all’estremo, potremmo dire che i punti, come i neuroni cerebrali, vengono connessi attraverso delle linee, cioè le sinapsi, realizzando delle superfici, cioè le reti neurali. Questi movimenti continui nel nostro cervello sono alla base dell’apprendimento permettendoci, per esempio, di ricordare i visi delle persone, di fare svariate operazioni, nonché valutazioni in merito a come si potrebbe evolvere una certa situazione sulla base di esperienze simili già vissute. Nella patologia Alzheimer questi movimenti neurali cerebrali rallentano progressivamente causando una svariata serie di sintomi come la perdita della memoria breve, il disorientamento spaziale e nei casi più gravi anche la mancanza di riconoscimento dei familiari e di sè stessi. Dunque, disegnare quei movimenti stimola un’attività che il nostro cervello fa abitualmente e nei casi di esordio della malattia o in quelli non eccessivamente compromessi si rivela essere un’utile e divertente pratica artistica per rallentare il decadimento cognitivo. 

Gennaio, 2020

Maria Teresa Cardarelli

 

Note al testo

1  www.centrogdl.org

2 GAFA (Gruppo Assistenza Familiari Alzheimer) dal 1998 ha iniziato ad operare a fianco delle famiglie che hanno al loro interno un malato di demenza. Costituitasi come organizzazione di volontariato nel successivo anno 2000, l’Associazione opera a Carpi, Campogalliano, Soliera e Novi di Modena grazie all’impegno dei soci volontari e con la collaborazione di diverse figure professionali per realizzare attività e progetti integrati con quelli socio-sanitari pubblici e privati esistenti nel territorio.

3-4-5  Brani tratti dalle schede ‘Raccolta delle riflessioni dei caregiver ’

ALZHEIMER ENSAMBLE – PARTE PRIMA

Da due anni, insieme al GAFA (1) e alla geriatra dott.ssa Vanda Menon collaboro in qualità di MusicArTerapeuta nella Globalità dei Linguaggi (GdL) (2) nella conduzione di laboratori a favore di pazienti Alzheimer insieme ai loro caregiver (3). Tali interventi s’ inscrivono all’interno del Progetto Persona che vede sempre il paziente inserito in un contesto familiare e sociale con le proprie attitudini e le proprie risorse. In particolare, il progetto nel suo complesso punta a supportare e ad approfondire la relazione comunicativa tra il malato e il familiare che di solito si occupa in modo specifico e continuativo del proprio caro e a creare dinamiche di condivisione di gruppo per quelle famiglie che si trovano ad affrontare questa invalidante malattia. In tal senso, il progetto di GdL si differenzia da tante altre attività che vedono volontari e professionisti agire su gruppi di malati da una parte e gruppi di familiari dall’altra. Proprio perchè questi malati vivono ancora in famiglia il loro benessere, seppur nel contesto della malattia, molto dipende dal clima familiare che respirano. Spesso, il grado di sofferenza e stress dei caregiver supera di gran lunga quella dei malati che generalmente non sono pienamente consapevoli del loro stato e di ciò che la malattia comporta. Mi è capitato più volte di interagire con caregiver decisamente più depressi e scoraggiati dei loro familiari malati e proprio per tale ragione, tempi condivisi in cui poter comunicare con modalità nuove che permettano al paziente e al proprio familiare momenti di benessere, fiducia, curiosità e scoperta reciproca sono fondamentali, nel contesto di specifiche attività di tipo artistico/musicale mirate a contenere anche il progressivo declino cognitivo dei malati. La scelta specifica di proporre attività in coppia malato/caregiver all’interno del gruppo favorisce poi le reti amicali tra famiglie che grazie all’instancabile lavoro dei volontari dell’associazione si sentono supportate anche nel più ampio contesto sociale. Ma ora veniamo a descrivere più in dettaglio alcuni laboratori proposti che hanno visto coinvolte trenta coppie di persone. 

Il laboratorio “Sotto/Sopra”

Nel laboratorio multisensoriale “Sotto/Sopra” è stata utilizzata un’ampia gamma di linguaggi e stimoli non verbali, tra cui la produzione di immagini, per favorire una comunicazione piena e profonda tra le coppie di persone che dipingevano l’una di fronte all’altra in una prospettiva visiva volutamente rovesciata. Il sottosopra può infatti costituire una buona metafora per la patologia Alzheimer che mette spesso e volentieri i malati e i loro caregiver in condizioni spiazzanti. Prendere  visivamente atto di questa condizione sottintendeva entrare in una prospettiva che nell’espressione artistica contemporanea è spesso in grado di aprire scenari inattesi. In altre parole, la patologia ci mette forzatamente sottosopra, ma anche in questa scomoda situazione possiamo comunicare scoprendo nuove realtà e possibilità. Altri obiettivi dell’intervento sono stati quelli di creare un ambiente contenitivo atto a favorire la libera espressione e il piacere di fare, dando un senso a quelli definiti generalmente “comportamenti insensati” che in questi pazienti si esplicitano attraverso schemi ripetitivi o stereotipati. La consegna fatta agli accompagnatori era stata quella di rispettare i ritmi e le scelte dei pazienti con stadi della malattia differenziati e relativamente all’attività pittorica, la sospensione del giudizio sul proprio operato e su quello dell’altro. Siamo partiti così dal corpo come matrice di segni, con i suoi vissuti e le sue memorie, anche quelle che la mente poteva aver dimenticato, grazie alla stimolazione sensoriale attivata con un massaggio alle mani dove all’inizio il ricevente era il malato. Nel corso del massaggio alcuni pazienti che avevano ricevuto hanno poi restituito, accarezzando le mani del proprio caro. Una cosa così semplice, ma intima, ha commosso più di una persona durante il massaggio che poteva venire applicato per un tempo indeterminato, alla fine del quale le persone avrebbero potuto cominciare a dipingere con le dita utilizzando gli acquerelli e anche il caffè per stimolare l’olfatto. Spesso prima dei laboratori c’è un’accoglienza dove questa bevanda viene offerta per cui ritrovarla come medium pittorico ha fatto sì che il clima conviviale iniziale e il piacere di stare insieme potesse naturalmente perpetuarsi durante un’attività del tutto nuova. Con il tatto anche l’udito è stato stimolato attraverso un bagno sonoro nelle musiche di Bach che ci hanno accompagnato durante tutta l’attività. Infine, il senso della vista è stato continuamente attivato grazie al contatto visivo reciproco frontale e anche dall’utilizzo del colore che agisce fortemente a livello emozionale. L’esito è stato abbastanza sorprendente nel senso che il tempo di attività e attenzione che si pensava non potesse superare la mezz’ora si è naturalmente protratto per un’ora intera con la soddisfazione di tutti i presenti.

Dapprima l’attività pittorica è stata eseguita con le dita poi con l’uso di pennelli. Le persone hanno cominciato a tracciare semplici segni, oppure ad abbozzare disegni. Non c’è dubbio che disegnare e dipingere frontalmente tra coloro che hanno un legame favorisca una reciproca influenza che si sviluppa come un dialogo per immagini, come possiamo vedere dalla foto 1. Qui, dapprima si era attivato il coniuge accompagnatore, poi la paziente e il tema emerso è stato quello della città natia di Napoli con il Vesuvio, i suoi colori, i suoi simboli, le sue atmosfere. I due spesso si guardavano, la paziente sorrideva e ogni tanto diceva qualche parola. Il Vesuvio del marito è una massa densa e pesante dove il fuoco sembra premere dall’interno creando una tensione ben visibile anche nell’ autore, mentre la rappresentazione della città della paziente attraverso simboli diversificati risulta più leggera, gioiosa e varia.  Impressi sulla carta sono i ricordi del passato quando la coppia non si era ancora trasferita.

1.

Un altro “Sotto/Sopra” particolarmente significativo (foto 2) è stato quello di una malata over settanta, accompagnata da un’amica più giovane di lei. L’accompagnatrice ha iniziato ad osservarla e a farle un bellissimo ritratto, mentre la paziente dopo poco ha iniziato a realizzare un’auto ritratto, dicendo che quella che stava disegnando era sé stessa da bambina con un fiocco in testa. Bambina che poi è diventata adulta come narrano i seni che emergono dal decolté. Nel dialogo per immagini, ritratto ed autoritratto raccontano cicli di vita della paziente (infanzia, età adulta, vecchiaia) lungo un filo che non si spezza, grazie al riconoscimento innescato dal ritratto che la paziente ha visto fare dall’amica che le stava di fronte. Sia il ritratto che l’autoritratto sono espressi a mezzo busto, ma oltre alla palese differenza di stile c’è una differenza ben più sostanziale: l’accompagnatrice ha fatto un ritratto della paziente con gli occhi chiusi, mentre la paziente le ha risposto con un autoritratto dagli occhi ben aperti, che alla fine ha firmato ribadendo il suo senso di identità e consapevolezza del qui ed ora. L’amica la vede un po’ sognante, assente e rinchiusa nel suo mondo, la paziente invece le ricorda di esserci con la sua storia, la sua biografia. Questo esito non era per nulla scontato e difficilmente si sarebbe potuto raccontare a parole. Le immagini sottosopra con la loro forza intrinseca  ed espressiva hanno reso esplicito un sentire, un discorso, un vissuto.

2.

In altri casi, i pazienti si sono attivati prima e maggiormente dei loro accompagnatori mostrando di essere molto meno bloccati a livello espressivo, destreggiandosi con colori e forme in maniera semplice e diretta, vivendo il qui ed ora del momento. Un esempio di questo lo vediamo nella foto 3 dove ad un certo punto la paziente ha proposto alla figlia di scambiarsi di posto perché a lei ne rimaneva ancora tanto di inutilizzato!

3.

In altri casi, è successo l’inverso, cioè gli accompagnatori si sono attivati con la pittura, mentre i pazienti per niente o molto poco. In un caso la paziente è rimasta quasi sempre con gli occhi chiusi praticando con la mano destra un automassaggio al viso, nonostante le affettuose sollecitazioni del marito a intingere le dita nel colore. Alla fine, il marito, sporgendosi in avanti nella parte del foglio della moglie, ha disegnato la sagoma di una mano, una stella, un albero di Natale e il nome di lei realizzando tutto in senso orientato alla moglie come se lei stesse osservando. Nella sua parte invece aveva disegnato un fiore giallo e rosso: nella simbologia del colore ciò corrisponde al desiderio di cambiamento, sullo stelo delle foglie che somigliano a grosse spine. Quello che a primo impatto può sembrare un monologo è un messaggio pieno di affetto che oltrepassa i confini della comprensione razionale a cui la malata ha risposto con l’automassaggio facendo sapere al marito di preferire il contatto e la sua presenza fisica perché maggiormente la rassicurano. 

Per concludere, alcune riflessioni emerse durante la condivisione dell’esperienza con i caregiver:

 – Per me è stato meglio delle aspettative con cui ero venuto per questo laboratorio perché ho visto che mia moglie si è attivata.

– Dopo aver cominciato a disegnare lei ha cominciato a ricordare e a parlarmi delle mostre d’arte che aveva visitato, dei suoi viaggi culturali. Poi ha ricordato anche la Pietà di Michelangelo deturpata da un vandalo tanti anni fa ed era visibilmente indignata.

– Oggi mia madre è arrivata arrabbiata e scontrosa, ma poi pian piano durante l’attività si è rasserenata e ha avuto il sorriso stampato in faccia per tutto il tempo.

-Mia madre si è attivata poco con la pittura, ma mi sono accorto per la prima volta che non riesce più a scrivere le parole in modo completo, le inizia e poi le lascia a metà.

 -La mia mamma ad un certo punto ha voluto che ci scambiassimo di posto perché lei non aveva più  spazio per dipingere, mentre io ne avevo ancora tanto e glielo ho ceduto più che volentieri.

– Mia moglie è stata con gli occhi chiusi quasi per tutto il tempo e non ha mai messo le dita nel colore,  a me invece è piaciuto dipingere e mi sono rilassato.

NELLE PROSSIME DUE PUNTATE DI GENNAIO E FEBBRAIO GLI ESITI DEGLI ALTRI LABORATORI

Maria Teresa Cardarelli, Dicembre 2019

 

Note al testo

  1. GAFA (Gruppo Assistenza Familiari Alzheimer) dal 1998 ha iniziato ad operare a fianco delle famiglie che hanno al loro interno un malato di demenza. Costituitasi come organizzazione di volontariato nel successivo anno 2000, l’Associazione opera a Carpi, Campogalliano, Soliera e Novi di Modena grazie all’impegno dei soci volontari e con la collaborazione di diverse figure professionali per realizzare attività e progetti integrati con quelli socio-sanitari pubblici e privati esistenti nel territorio.
  2. www.centrogdl.org
  3.  ll termine anglosassone “caregiver”, è entrato ormai stabilmente nell’uso comune e indica “colui che si prende cura” e si riferisce a tutti i familiari che assistono un loro congiunto ammalato e/o disabile. I “caregiver” dei pazienti con demenza sono la grande maggioranza. In particolare, secondo i dati riportati nel Libro bianco 2018 “La salute della donna – Caregiving, salute e qualità della vita” in Italia l’86% delle donne è impegnato con diversi gradi di intensità nell’assistenza a familiari ammalati, figli, partner o più spesso genitori. 1 su 3 se ne prende cura senza ricevere aiuto e solo 1 su 4 è agevolata dal punto di vista lavorativo.

VEDERE VOCI PLUS 5.0

PROGETTO DI MUSICARTERAPIA

NELLA GLOBALITÀ DEI LINGUAGGI

E DI TEATRO-FIABA CON LE CARTE

In questa quinta edizione ci sono state importanti novità tanto che “Vedere Voci” è diventato “Plus”, infatti sono stati costituiti due gruppi di bambini sordi e in uno sono stati inseriti alcuni udenti per un totale di 22 bambini che hanno partecipato al progetto, presso la scuola Figlie della Provvidenza di S. Croce di Carpi. Il progetto si è svolto a cadenza settimanale da ottobre 2018 a maggio 2019. L’équipedi Vedere Voci Plus che ha lavorato in  sinergia con me era costituita dall’educatrice sorda Giuseppina Vaccaro, da 4 educatrici udenti con competenze in Lingua dei Segni Italiana,  Bianca Verrini, Azzurra Cacciapagliae Martina De Luise, da Annabelle Larché, fotografa video-maker che ha documentato le attività svolte ed infine da Veronica Varricchioin qualità di rappresentante dell’Ente Nazionale Sordi che ha svolto funzioni di coordinamento come volontaria.

Il progetto “Vedere Voci”l’ho studiato e messo a punto a partire dal 2014  per dare una possibilità in più ai bambini sordi di comunicare divertendosi,perché per loro comunicare costituisce spesso fonte di fatica e stress che si accompagnano alla frustrazione di non capire e/o di non essere capiti. Ho puntato su una comunicazione come fonte di piacere, attraverso il gioco, l’arte e il teatro i quali costituiscono dei mezzi, che grazie all’uso dei linguaggi non verbali, permettono ai bambini di esprimersi a tutto tondo. Per la Globalità dei Linguaggi disegnare, dipingere, manipolare produrre musica, fare teatro è innanzitutto comunicare a tutto campo e tra tutti i campi per cui un disegno lo puoi ballare, un movimento lo puoi suonare, un colore lo puoi rappresentare con il corpo al fine di integrare ed accomodare sempre e comunque la persona all’interno di un contesto gruppale, sociale.

Quest’anno, considerando la presenza di sordi e udentiil tema è stato quello dei Vasi Comunicanti. L’esperimento di fisicarealizzato con i bambini è diventato così la metafora portantedi una comunicazione integrata e paritaria. Come l’acqua si distribuisce allo stesso livello in contenitori diversi, secondo il principio fisico dei vasi comunicanti, così anche l’amicizia e la conoscenza tra persone diverse può essere patrimonio comune se abbiamo rispetto, stima e considerazione gli uni per gli altri. Il percorso è sfociato nella realizzazione e messa in scena della fiaba originale“Vasi Comunicanti”popolata dai personaggi del mazzo di carte realizzato dai bambini di entrambe i gruppi. Questi personaggi sono nati a partire dai nomi dei bambini espressi con l’alfabeto manuale. La fiaba poi è stata scritta e messa in scena anche sulla base di spunti tematici che i bambini hanno dato, scrivendo brevi racconti sui personaggi del mazzo delle carte.Il tema di fondo della fiaba è che l’amicizia e la comunicazione sono possibili ed auspicabili anche nella diversità di condizioni e di modi di essere. In particolare, la metafora della fiaba degli “Abitanti del mondo di sopra” e degli “Abitanti del mondo di sotto” si riferisce al mondo dei sordi e degli udenti che spesso faticano a comprendersi e ad integrarsi tra loro. Più specificatamente nella fiaba, i personaggi chiave di Uccepe (mezzo uccello e mezzo pecora) e Caleana (un po’ cane, un po’ leone e un po’ anatra) esprimono la difficoltà di tutti coloro che si pongono al confine tra mondi diversi e il loro desiderio di essere accettati per quello che realmente sono: degli esseri che riassumono in sé stessi la complessità del reale e che, proprio per questo, costituiscono ponti indispensabili per realtà distanti. Fuor di metafora questi ponti sono costituiti da tutti i sordi che pur parlando la LIS (Lingua dei Segni Italiana) si esprimono correttamente anche in lingua italiana e da tutti gli udenti che sanno utilizzare la LIS. Ovviamente, la metafora della fiaba va anche oltre lo specifico tema sordi/udenti, interessando tutti quei mondi che per ragioni etniche, culturali, linguistiche, religiose, politiche o quant’altro si ignorano o si contrappongono. Il Teatro-Fiaba con le carte è una modalità teatrale specifica ed originale che dal 2014 ho potuto sperimentate presso questa scuola che si è aperta con generosità e fiducia al progetto “Vedere Voci”. L’arte, nelle sue molteplici forme ed espressioni, resta e si conferma una modalità comunicativa fondamentale capace di superare barriere, incomunicabilità e confini.


La responsabile del progetto

 Dott.ssa Maria Teresa Cardarelli

 MusicArTerapeuta nella Globalità dei Linguaggi

IL PROGETTO ‘VEDERE VOCI’ CONTINUA A CRESCERE

VEDERE VOCI è il titolo di un bel libro sul mondo dei sordi scritto dal neurologo americano Oliver Sacks. Maria Teresa Cardarelli, MusicArTerapeuta e artista di arti visive, ha ripreso questo titolo per dar vita al progetto triennale di arte terapia e teatro- fiaba a favore dei bambini sordi, realizzato presso la scuola Figlie della Provvidenza di S. Croce di Carpi. Le voci dei sordi si possono soprattutto vedere, attraverso la lingua dei segni che queste persone utilizzano per comunicare tra di loro. Si tratta di una lingua vera e propria utilizzata in particolare nella terza edizione del progetto, grazie alla partecipazione di Azzurra Cacciapaglia e di Veronica Varricchio, insegnante sorda di Lis (Lingua dei Segni Italiana). In questi 3 anni il progetto ha coinvolto una ventina di bambini sordi dai 5 ai 10 anni e una decina di operatori e volontari del servizio civile.

La maggior parte dei bambini partecipanti fa uso di protesi, mentre una minoranza è munita di impianto cocleare. I gradi di sordità sono differenti, così come sono differenti le situazioni in cui questa calamità invisibile è sopraggiunta nel corso della vita. I bambini sordi hanno un naturale bisogno di comunicare, ma tutto ciò può infrangersi contro il muro dell’indifferenza sociale portandoli all’isolamento. Fondamentali dunque sono supporti e strumenti atti a favorire l’espressione personale e di gruppo che spazino dalla comunicazione non verbale aquella verbale. Per raggiungere questi obiettivi, il progetto VEDERE VOCI si è avvalso della MusicArTerapia nella Globalità dei Linguaggi, e del Teatro- Fiaba con le carte, una declinazione del sociodramma moreniano classico, in via di sperimentazione.

Nel 2015 il progetto VEDERE VOCI è stato finanziato dalla scuola Figlie della Provvidenza, nel 2016 da una campagna di crowdfunding e nel 2017 interamente dal distretto Leo 108 Tb.Il video che verrà presentato  il 24 maggio, oltre a documentare alcune delle attività svolte e la metodologia utilizzata desidera essere un ringraziamento a tutti i sostenitori di questa profonda esperienza umana ed  artistica.

LA TEORIA DEGLI STILI PRENATALI

La teoria degli stili prenatali è una teoria applicativa in grado di decodificare una vasta gamma di movimenti corporei con le loro valenze emozionali, ma anche le espressioni artistiche come la danza, la musica e le arti visive in genere.  Qui di seguito trovate una tabella riassuntiva di questi stili che si riferiscono ai movimenti che inizialmente tutti abbiamo agito nel ventre materno. Ogni stile caratterizza una fase fetale specifica, fino alla catarsi della nascita.  Nell’ ultima colonna della  tabella, i 7 stili prenatali sono messi in relazione alle arti visive. Se volete approfondire l’argomento vi segnalo questo testo: ‘Gli stili prenatali nelle arti e nella vita’ Ed. Clueb, 1999, di Stefania Guerra Lisi e di Gino Stefani.

STILI STADIO FETALE PAROLE CHIAVE ARTE VISIVA
CONCENTRICO-PULSANTE CELLULA ORIGINE, PUNTO,NUCLEO, CENTRO INTORNO AD UN PERNO FISSO, ESSERE CENTRATI SU SE STESSI, MEDITAZIONE,ISOLAMENTO I MANDALA, I ROSONI DELLE CHIESE.
DONDOLANTE MORULA DONDOLARE ,CULLARE , LASCIARSI ANDARE, MOVIMENTO CONSOLATORIO, IPNOTICO , STILE DELLA DIPENDENZA TUTTE LE DECORAZIONI, LE GRECHE RIPETUTEIL LIBERTY
MELODICO FETO CON PROPAGGINI TESTA –BRACCIA-GAMBE ASPIRAZIONI, FANTASIA, MELODIA, ARMONIA CON L’AMBIENTE, PIACERE DI PRODURRE EFFETTI, BRAMOSIA ASCENSIONALE LA PRIMAVERA DI BOTTICELLI
ROTEANTE CORPO FORMATO SVILUPPO DEL CONCENTRICO IN FORME SPIRALICHE. ROTOLAMENTO DEL CORPO INTERO, TROTTOLA , GIOSTRA, VOLTEGGGI, DESIDERIO DI LIBERTA’,PERDITA DEL CONTROLLO, ESTASI LA PITTURA FUTURISTA E CINETICA
RITMICO -STACCATO PRESENZA DEL TONO MUSCOLARE E MOVIMENTI INTENZIONALI STILE DELLA CRESCITA E DELL’INTENZIONALITA’, PIACERE DEL PROTRARSI E DEL RITIRARSI, MOVIMENTI SEGMENTATI, BATTITI, SALTI IL CUBISMO
IMAGO-AZIONE FETO DALL’8 MESE , SONNO FETALE ATTIVO CORPO PRIGIONIERO DELLO SPAZIO, MOVIMENTI PSICHICI, CAOS , VIAGGIO ONIRICO, CAMBIAMENTO PITTURA INFORMALE CHAGALL , BACON
CATARTICO LA NASCITA DIREZIONAMENTO, TRAVAGLIO, SCARICHE RITMICHE ,FORZA DI GRAVITA’ ACTION PAINTING DI J.  POLLOCK


Nell’immagine ‘L’ORA DEL THE’, collage e pittura su carta , Tau, 2008

L’atmosfera surreale ed onirica di questo collage suggerisce uno stile di imago-azione

 

A presto

Maria Teresa Cardarelli